L’arcivescovo celebra una Messa natalizia per i giovani universitari, ai quali chiede due cose: un giudizio pienamente ecclesiale sugli eventi storici e un nuovo “baby-boom”
di Michele Brambilla
Il 15 dicembre mons. Mario Delpini rispetta la tradizione della Messa natalizia con gli studenti universitari, nella basilica di S. Nazaro Maggiore. La risposta dei giovani milanesi all’invito del loro arcivescovo è superiore alle attese: si vede che i ragazzi hanno fame di parole vere e sentono il bisogno di recuperare il senso profondo dello stare insieme, come ripete don Marco Cianci, responsabile della Sezione Università della Fondazione Oratori Milanesi: «siamo tutti consapevoli del periodo che stiamo vivendo ed è come se venisse riversato su ciascuno un sentore di tensione, una sorta di fragilità in tutti i campi, ma il dato di questa sera ci dice ben altro. Ci siamo radunati, ritrovati, respiriamo la bellezza di essere Chiesa».
Mons. Delpini esorta i presenti a stendere una sorta di “diario spirituale”: «quello che mi ha detto il Signore» attraverso le letture proposte dalla liturgia del giorno «merita di essere ricordato. Non scriverò quindi se sono andato a sciare, non se ho potuto abbuffarmi al cenone, non come è stato l’esame di diritto privato. Quello che mi ha detto il Signore. Questo merita di essere scritto in un libro da leggere anche domani». Un domani che bisogna cominciare a costruire senza esitazioni, perché «il Signore promette la salvezza: sarà un tempo di angoscia per Giacobbe, ma ne uscirà salvo. Scriviamo quindi nel libro della nostra vita la promessa di salvezza che Dio ci ha confidato».
Cristo ci salva anzitutto dalla mentalità di questo mondo: «la salvezza è la liberazione dalla dominazione straniera, l’asservimento a un modo di pensare, di vivere, di programmare la vita che è estranea alla vocazione del popolo di Dio». L’arcivescovo prosegue precisando che in Geremia «gli stranieri possono essere una immagine di ogni seduzione che promette quello che non riesce a mantenere, che con l’illusione del benessere soffoca la gioia, che con l’indicazione di traguardi desiderabili ti impedisce di dimorare nella fraternità che è la tua vera patria. Essere nel mondo, ma senza essere del mondo è la forma della salvezza che ci è dato di vivere» qui ed ora, senza cercare una fuga illusoria nell’utopia o compromessi di comodo con i luoghi comuni postmoderni.
I giovani che si stanno per laureare sono potenzialmente dei futuri genitori: la Messa è per mons. Delpini un’ottima occasione per ribadire, ancora una volta, che «il futuro sono i figli, i bambini. La vocazione a essere madri e padri è una sfida per una generazione impaurita, complessata dalla sua inadeguatezza, spaventata da una immagine del mondo deprimente: ogni faccia è stravolta, impallidita. La promessa di Dio non è una specie di assicurazione che copre tutti gli imprevisti, ma un invito all’affidarsi». Noi cattolici facciamo figli perché «ci fidiamo di Dio, quello che Dio ci ha confidato ci ha convinti, ci mettiamo in cammino» verso un futuro di speranza e di vita per tutti.
Sono quindi due le consegne che l’arcivescovo consegna ai giovani in questo Natale pandemico: assumere il pensiero di Cristo, un pensiero integralmente cattolico, e risolvere la crisi demografica. «La salvezza che Dio promette», insiste mons. Delpini, «dà alla vita la forma di una vocazione […]. Ci promette di prendersi cura di noi se rispondiamo alla sua chiamata».
Lubedi, 21 dicembre 2020






