Giusto un secolo fa ci lasciava il beato card. Andrea Carlo Ferrari. Nativo di Lalatta, seppe preparare l’arcidiocesi ambrosiana allo scontro con il “secolo breve”. Milano lo ricorda con una Messa in Duomo, officiata da mons. Delpini
di Michele Brambilla
Il 2 febbraio 1921 nel Duomo di Milano era appena terminata la benedizione eucaristica, impartita dal Capitolo metropolitano al termine dei secondi vesperi della Purificazione di Maria (così si chiamava, allora, la festa della Presentazione del Signore), quando giunse ai fedeli la notizia che il veneratissimo arcivescovo, il card. Andrea Carlo Ferrari, vedeva finalmente il suo Signore “faccia a faccia”. Nel 2021 si festeggiano, quindi, i 100 anni dal pio transito del card. Ferrari.
Andrea Ferrari (aggiunse il nome di Carlo al momento del suo ingresso in diocesi) era nato nel 1850 a Lalatta, un piccolo villaggio dell’Appennino parmense, da famiglia molto umile. Ordinato sacerdote, per le sue qualità personali fu destinato a rettore del Seminario diocesano di Parma. Scelto dal Papa come vescovo di Guastalla nel 1890, fu trasferito l’anno dopo sulla cattedra di Como (1891), resa vacante e instabile da uno dei tanti conflitti giurisdizionali che affliggevano i rapporti tra Stato e Chiesa dopo il cosiddetto Risorgimento. Era, infatti, l’epoca degli exequatur regi, che impedivano l’ingresso ai vescovi sgraditi ai Savoia e, soprattutto, ai liberali che si perpetuavano al potere, forti di un sistema elettorale che consentiva solo al 2% della popolazione di votare. Il popolo cattolico era diviso: da una parte gli “intransigenti”, che condannavano gli esiti anticristiani del Risorgimento e difendevano i diritti della Santa Sede, dall’altra i “transigenti”, che ritenevano possibile una conciliazione del Cattolicesimo con gli ideali risorgimentali.
Mons. Ferrari si fece notare, a Como, come pastore completamente dedito al suo gregge, qualsiasi orientamento politico possedesse. Nel 1894 Leone XIII (1878-1903) non ebbe alcuna esitazione: mons. Ferrari fu trasferito una terza volta a Milano, dove trovò una situazione di conflittualità latente ormai incancrenita. Basti pensare all’accoglienza risentita che gli riservò il Corriere della Sera, portavoce dell’alta borghesia liberale: per le élites era solo un contadino intransigente che veniva a sciogliere la “solidarietà di ceto” che si era costituita dopo la conquista sabauda della città (1859). I liberali pretendevano un arcivescovo nobile e “patriota”, allora il Papa impose immediatamente la porpora al neoletto, per la serie: “volete un principe? Io vi consegno un principe della Chiesa”.
Fin dai primi istanti del suo episcopato milanese il card. Ferrari dovette affrontare, quindi, molte traversie. Conscio dell’allontanamento del mondo della cultura, dell’imprenditoria e della finanza dal Cattolicesimo, professato in misura ancora massiccia dai ceti popolari, diede alle parrocchie ambrosiane un’impronta missionaria, chiedendo la costituzione di sodalizi come le confraternite delle Figlie di Maria per le ragazze o i “Luigini” per i maschi, la fondazione di oratori e asili parrocchiali, prestando attenzione anche alle cooperative agricole ed operaie. Nel 1897 ospitò a Milano l’Opera dei Congressi, che toccò in quell’occasione il suo apice. Per verificare l’applicazione di queste direttive visitò più volte le pievi dell’arcidiocesi: vedendolo salire, a dorso di mulo, sulle montagne lecchesi, la folla gli correva incontro gridando «è tornato san Carlo!».
I fatti del 1898, con la feroce repressione dei moti popolari da parte dell’esercito sabaudo, furono uno dei momenti più difficili dell’episcopato del card. Ferrari, che nel 1901 dovette benedire anche la salma di re Umberto I (1878-1900), assassinato da un anarchico per vendicare i morti di Milano. In quell’occasione il generale Fiorenzo Bava Beccaris (1831-1924) accusò l’arcivescovo, che era in visita pastorale, di essere un fomentatore del disordine e di non essere stato a Milano nel momento del pericolo. Quando san Pio X (1903-14) pubblicò la Pascendi Dominici gregis (1907) vennero al card. Ferrari anche le accuse di modernismo, sollevate dall’ala più intransigente degli intransigenti, che non digeriva l’atteggiamento dialogante con la controparte.
A spuntarla fu, ancora una volta, l’arcivescovo: nei decenni successivi i turbamenti politici si diradarono e il popolo cattolico vinse anche molte delle resistenze locali alle iniziative missionarie. Il card. Ferrari aveva a cuore soprattutto due principi: la libertà di educazione e il rispetto del precetto festivo. Garantire a tutti un’istruzione rispettosa della religione e la possibilità di andare tranquillamente a Messa la domenica non era cosa da poco in un’epoca in cui persino i minori erano costretti a lavorare nei giorni festivi e sfruttati come animali.
Mons. Mario Delpini ricorda il grande predecessore, beatificato nel 1987, con una Messa solenne in Duomo nel pomeriggio del 31 gennaio, solennità della Sacra Famiglia. Il card. Ferrari diffuse la devozione alla Sacra Famiglia e volle intitolare ad essa alcune associazioni, diffuse anche nelle parrocchie agresti, che tutelavano la libertà e la serenità della famiglia mentre si ventilava l’introduzione del divorzio e tanti padri erano costretti ad emigrare per trovare lavoro anche dai paesi lombardi. Fu quindi un pioniere della difesa dei principi “non negoziabili”, e come tale Alleanza Cattolica lo ricorda.
Lunedì, primo febbraio 2021






