Nella Candelora “con la mascherina” mons. Delpini dice ai religiosi: «chi sa quante altre parole si potrebbero raccogliere e condividere. Tutte però dicono la stessa cosa: vale la pena di vivere nella consacrazione a motivo di Gesù»
di Michele Brambilla
Il 1 febbraio, ricorrenza liturgica del beato card. Andrea Carlo Ferrari, la Curia arcivescovile rende noti i nomi dei decani eletti lo scorso 19 gennaio dal clero dei singoli decanati. Ci sono sia conferme che “new entry”: nel secondo caso, si tratta di sacerdoti che si sono distinti nel corso della pandemia e si sono dimostrati, così, degni di fiducia.
La festa della Presentazione del Signore, detta popolarmente “Candelora”, ogni 2 febbraio raduna in Duomo tutti gli ordini religiosi che operano a Milano. Così è anche nel 2021, sempre nel rispetto dei protocolli di sicurezza dovuti al Covid-19, che pare in regresso (la Lombardia è di nuovo zona gialla). L’anno pandemico ha provato anche le comunità religiose, ma, a differenza di altre pandemie dei secoli passati, la disciplina nei conventi non è venuta meno. Mons. Mario Delpini, pertanto, decide di presentare nell’omelia della Candelora alcuni esempi di vita religiosa. Si tratta, come sempre, di brevi apologhi, che richiamano alcuni insegnamenti teologico-morali.
Il primo è quello di tale “Suor Niente”, che dice di se stessa: «io non sono niente. Sono entrata in istituto 47 anni fa. Non ero molto portata per lo studio; ero timida e imbarazzata nel fare il catechismo. Non parlavo neppure bene in italiano. Sono stata in cucina per la comunità». Sembra una mortificazione, invece Suor Niente scopre la Bellezza proprio nei servizi più umili.
Padre Paul, al contrario di Suor Niente, ha scalato i vertici del suo ordine religioso: «il Provinciale deve intervenire, correggere, trasferire e ogni parola risulta inopportuna: troppo severa o troppo tollerante, troppo precisa o troppo confusa, troppo diretta o troppo allusiva. Ho fatto carriera in fretta e a ogni gradino della mia carriera la vita è diventata più complicata e la responsabilità più pesante. Però vale la pena. Vale la pena di avere la responsabilità se puoi accogliere Gesù tra le braccia. Vale la pena di aspettare consolazione non dagli applausi ma dal vedere la salvezza che viene da Dio».
In ogni caso, osserva l’arcivescovo, ad emergere è proprio la dimensione gratuita della Grazia, imprevedibile e sempre feconda. Il 2020 è stato forse avaro di soddisfazioni umane, sia per il clero regolare che per quello diocesano, tuttavia la Grazia ha continuato ad operare invisibilmente, sostenendo comunità religiose e parrocchiali fiaccate dai lutti e dal disorientamento. La tempesta si è abbattuta violenta, ma l’arcidiocesi nel suo complesso ha tenuto, e lo deve ancora una volta a Dio e al suo clero. «Chi sa quante altre parole si potrebbero raccogliere e condividere», si chiede mons. Delpini: «tutte però dicono la stessa cosa: vale la pena di vivere nella consacrazione a motivo di Gesù». Qualcuno evidenzierà ancora una volta i numeri della crisi di vocazioni che patiscono gli ordini religiosi e i seminari diocesani, «ma oggi», dice citando il Vangelo del giorno (Lc 2, 22-40), «celebriamo la gioia che ha riempito la vita di Simeone, di Anna e di tutti noi: vale la pena di attendere così a lungo, vale la pena di perseverare nella scelta della vita consacrata a motivo di Gesù: ecco, Egli è qui», ci invita alla perseveranza e a riprendere la missione.
Lunedì, 8 febbraio 2021






