L’arcivescovo denuncia che «abitano in città solitudini e malattie, risorse scartate e persone ignorate», ma «sempre gli uomini e le donne possono compiere le opere di Dio: se sono uniti a Lui, se ascoltano la sua parola, se si lasciano condurre dal suo Spirito», come fece la Madonna
di Michele Brambilla
Nella Giornata mondiale del malato, mons. Mario Delpini presiede in mattinata una celebrazione della Parola nel santuario cittadino del beato Carlo Gnocchi, mentre nel pomeriggio celebra la Messa nella parrocchia milanese dedicata alla Madonna di Lourdes, di cui l’11 febbraio ricorre la memoria liturgica.
Parlando a degenti, medici, infermieri, dirigenti, volontari e Alpini, l’arcivescovo qualifica la malattia come un tempo che sembra certamente una “prigione”, ma non può essere abbandonato alla disperazione. Fondamentale, allora, il ruolo delle buone amicizie e della direzione spirituale. La Chiesa non abbandona, ma, come ricorda nell’omelia pronunciata nel pomeriggio, «abitano in città solitudini e malattie, risorse scartate e persone ignorate» perché la loro condizione fa a pugni con la concezione che la cultura contemporanea ha della vita.
Mons. Delpini, ricorrendo ancora una volta all’espediente degli apologhi, individua la domanda che ricorre più spesso sulle labbra dei malati del XXI secolo, abbandonati o condannati a morte dall’efficientismo postmoderno: «ma io non valgo niente?». L’arcivescovo risponde: «forse, del resto, viene per tutti un momento in cui il pensiero di non valere niente, di non essere interessante per nessuno semina tristezza nell’animo di ciascuno», ma è un inganno, perché «nella città delle apparenze, nella città delle solitudini, nella città degli scarti, nella città dei potenti si diffonde oggi come una musica lieta», che è «il cantico di Maria. Maria canta perché è lieta. Maria canta perché la sua letizia si diffonda in tutta la casa di Zaccaria, in tutto il villaggio, in tutta la città», ma il suo non è un cantare spensierato o fuori luogo.
«Maria», assicura mons. Delpini, «canta perché contempla quello che vale e se ne rallegra». E «quello che vale, quello che realmente conta, quello che dà veri motivi per cantare è lo sguardo di Dio, è l’opera di Dio, è la benedizione di Dio», riversata in abbondanza sull’Immacolata.
«Ogni uomo e ogni donna», sentenzia l’arcivescovo, «vale perché lo sguardo di Dio si è posato su di lui, su di lei e l’ha chiamato a partecipare alla sua vita, a essere figli adottivi mediante Gesù Cristo», l’Uomo perfetto, che ha conosciuto il patire ed è risuscitato. Dio non si ferma davanti alla nostra debolezza: «sempre gli uomini e le donne possono compiere le opere di Dio: se sono uniti a Lui, se ascoltano la sua parola, se si lasciano condurre dal suo Spirito» sono in grado di santificare ogni condizione, ogni ambiente, ogni momento della propria vita.
«Sempre infatti si può sorridere, sempre si può pregare, sempre si può perdonare, ascoltare, consigliare», come faceva Paola Marotti Bonzi (1943-2019), alla quale è stata dedicata una lapide alla Clinica Mangiagalli, dove animava il locale Centro Aiuto alla Vita. L’iscrizione è stata benedetta da mons. Delpini il 7 febbraio, Giornata nazionale per la vita, al termine della Messa celebrata nella cappella dedicata ai SS. Innocenti.
Lunedì, 15 febbraio 2021






