L’arcivescovo chiede a tutti i fedeli un nuovo coraggio nel proporre il Vangelo. Il coraggio tipico di chi sa che la Chiesa ha un destino eterno e il tempo è nelle mani di Dio
di Michele Brambilla
Il 27 febbraio si tiene la tradizionale assemblea degli oratori, sebbene in forme confacenti all’emergenza sanitaria ancora in atto. La riapertura degli spazi aggregativi delle parrocchie preme particolarmente alle comunità locali, che in quest’anno di pandemia hanno dovuto rinunciare proprio a quelle attività che rendono ancora l’arcidiocesi di Milano una “Chiesa di popolo”, come diceva il card. Scola. Mons. Mario Delpini ammette che «questo è il tempo degli oratori, diciamo, senza cortile, cioè impediti di quella scioltezza lieta che non è imbrigliata da protocolli e paure di contagio. Questo è il tempo degli oratori on-line, un ritrovarsi che non è proprio un incontrarsi, ma non è neppure niente.
Ad ogni modo questo è il tempo degli oratori», perché mai come oggi c’è un bisogno vitale della loro azione educativa. Gli oratori possono ripartire dal centro vitale di qualsiasi azione apostolica: la preghiera suscitata dallo Spirito Santo, in particolare i Sacramenti: «Gesù ha comandato e insegnato: costanti nella preghiera, un cuore solo e un’anima sola.
Non è un oratorio se non si spezza l’unico pane per diventare l’unico corpo del Signore, la Chiesa». In effetti tutti gli sforzi educativi sono stati concentrati nella partecipazione alla Messa domenicale.
E proprio in occasione di una celebrazione eucaristica, quella in memoria del servo di Dio mons. Luigi Giussani (1 marzo), che l’arcivescovo esorta: «alla gente che si è fermata Dio dice: parti! Alla gente che si aggrappa a quello che possiede per vincere le paure, le incertezze, Dio dice: fidati! Alla gente che trova rassicuranti i confini per rendersi inaccessibile, Dio dice: esci!». Verbi “strani” per questo tempo, ma quanto mai necessari per scuotere una pastorale incerta, sia che si parli delle parrocchie, sia che si dialoghi con i movimenti. La Salvezza passa anche dalla riconquista della dimensione spaziale: «la parola della sapienza, attraverso saggi e affidabili testimoni, continua a essere invito, richiamo, rimprovero, proposta: ti indico la via della sapienza … la strada dei giusti è come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio (Prv 4,11.18). La sapienza è dunque una via, piuttosto che una dottrina, è un’alba che consente di vedere il passo da compiere: la sapienza rivela che siamo persone libere che non possono sottrarsi alla responsabilità di scegliere il futuro, di abitare il tempo non come il presente immobile, ma come la condizione per rispondere al Signore che chiama».
Non bisogna cadere nell’errore speculare, ovvero la fretta. «“Il tempo è superiore allo spazio”, secondo l’insegnamento di Papa Francesco (EG 222-225). La parola che è stata rivolta ad Abramo offre qualche spunto per una “spiritualità del pellegrino”», l’homo viator che comincia ad avere una certa fretta di riconquistare la sua “normalità”. L’uscita da una pandemia non è una vicenda che si consuma in poche ore e la Chiesa vive nella dimensione dell’eternità, pertanto può progettare la ripresa con la calma e la tenacia di chi sa che il tempo è in mano alla Provvidenza. «Il pellegrino», sottolinea mons. Delpini, «continua il suo viaggio, fino alla meta: tutto il suo andare non avrebbe senso se si fermasse prima di giungere là dove l’aspetta il Signore. Perciò per lui quello che incontra lungo il suo andare non è mai una ragione sufficiente per trattenersi: piuttosto è sempre la grazia di riconoscere un segno, un invito ad andare oltre, una parola che apre gli orizzonti».
Lunedì, 8 marzo 2021






