Ad un anno di distanza dagli inizi dell’emergenza Covid-19, mons. Mario Delpini concelebra, assieme agli altri vescovi lombardi, una Messa di suffragio nel santuario di Caravaggio
di Michele Brambilla
L’incubo non è ancora finito. Il ritardo accumulato dall’Italia sul piano vaccinale, ritardo dovuto alle inadempienze del precedente governo e della stessa UE, sembra stia lasciando campo libero ad una “terza ondata” del Covid-19. La Penisola e, in particolare, la Lombardia sono di nuovo in allarme. Di fronte a questo “eterno ritorno” dell’emergenza la gente inizia a provare sconforto e insofferenza, come evidenzia lo stesso mons. Mario Delpini nell’omelia della Messa presieduta l’11 marzo, assieme agli altri vescovi della regione, nel santuario di Caravaggio, in suffragio delle oltre 100.000 vittime di questo anno pandemico. Osserva, infatti, l’arcivescovo: «si aggira sulla nostra terra una specie di grigiore, una inclinazione alla rassegnazione, una inquietudine pervasiva che forse non si dichiara, ma che rende guardinghi, sospettosi, inclini a fare di meno piuttosto che di più, a stare soli piuttosto che in compagnia, a sospendere ogni cosa piuttosto che prendere iniziative. Si aggira sulla nostra terra una specie di inespressa persuasione che la battaglia sia persa».
Per le terre lombarde si vedono vagare alcuni “demoni”: «c’è infatti il demone muto. Il demone muto impone il silenzio. Uomini e donne, anche discepoli del Signore Gesù hanno aperto la porta al demone muto. E perciò non hanno più parole. Non hanno più parole cristiane. Di fronte al tempo che vivono non sanno che cosa dire. Di fronte alle lacrime e alle domande di fratelli e sorelle che piangono i loro morti non sanno che cosa dire se non parole generiche di condoglianze», ma noi dovremmo essere testimoni del Risorto, che è “la” risposta al dolore umano.
«C’è», poi, «il demone ribelle. Il demone ribelle insinua la disperazione. Suggerisce che non valga la pena di servire il Signore. Insinua che la sua promessa di rendere felici non sia affidabile. Convince che la parola dei profeti non merita di essere ascoltata» perché il giusto sembra non essere preservato dalla fine riservata all’insipiente. Quando non si trovano le parole e si dubita della Provvidenza sono proprio i defunti, nella gloria dei Cieli, a rincuorarci, «perciò ora coloro che il virus ha assalito e ucciso, hanno cominciato a parlare e cantano la vittoria di Gesù sul demone muto e proclamano che la morte è stata vinta, che Gesù risorto è il primogenito di coloro che risorgono da morte. E invitano tutti a unirsi al grande coro della comunione del santi per cantare la gloria di Dio: “la morte è stata sconfitta e non ha più alcun potere sui figli di Dio. Chi crede in Gesù, anche se morto vivrà!”».
Nei mesi più duri della pandemia si è manifestato anche il demone della solitudine: i malati erano costretti a morire senza i propri cari accanto. Le conseguenze psicologiche sono state devastanti. «Quante lacrime hanno accompagnato morti solitarie», esclama mons. Delpini. Eppure anche il demone della solitudine ha dovuto vedersela con qualcosa di più forte di lui, la comunione dei santi fondata proprio su Cristo risorto.
I nostri morti vivono e vivranno, ma anche noi, ora, dobbiamo ricominciare a vivere senza timore. «Questa preghiera, questo canto di speranza, questa professione di fede celebriamo oggi qui, nel santuario della gente semplice, nel santuario che celebra la maternità di Maria che ha consolato la povera Giannetta», la veggente del 1432, «e consola tutti noi».
Lunedì, 15 marzo 2021






