La paternità spirituale dell’arcivescovo nei giorni in cui si commemorano ufficialmente le vittime della pandemia
di Michele Brambilla
Il 18 marzo è la Giornata nazionale in ricordo delle vittime del Covid-19. Mons. Mario Delpini ha già affrontato il tema della memoria a Caravaggio, ma nel giorno decretato dal governo si reca nei cimiteri di Vercurago, Calolziocorte, Monte Marenzo, Erve e Carenno, paesi della diocesi di Bergamo che un tempo facevano parte dell’arcidiocesi di Milano e conservano, perciò, il Rito ambrosiano. Alle 20.30 celebra nella chiesa parrocchiale di Carenno una Messa in suffragio del parroco, don Adriano Locatelli, ucciso dalla pandemia. A tutti l’arcivescovo ripete: «non vogliamo essere i discepoli dei maestri della tristezza», ma figli di Colui che è la Speranza. La partecipazione popolare alle celebrazioni presiedute da mons. Delpini attesta sia lo storico legame culturale con la metropoli, sia la ricerca di una paternità spirituale nello smarrimento creato dall’emergenza coronavirus.
Si è alla vigilia della festa di san Giuseppe (19 marzo), che mons. Delpini sceglie di festeggiare, il giorno seguente, con una Messa tra medici, infermieri e degenti dell’ospedale S. Giuseppe di Milano, che dipende dall’Università degli Studi e fa parte del Gruppo Multimedica. «Ogni stagione della vita, ogni uomo e donna», dice l’arcivescovo nell’omelia, «riceve la visita degli angeli», come accadde allo sposo di Maria. «La paura, la pigrizia, gli orari, che sono abitudini rassicuranti, rischiano di diventare una zavorra se trattengono dall’obbedienza alla vocazione. Invece che rendere serena la vita la spengono, invece di aprire all’oltre sono come la prigione, il nido dal quale non si decide mai di prendere il volo». Gli angeli ci spronano ad uscire dalla tristezza e dal ripiegamento egoistico.
«Cambieranno gli scenari, i contesti, le responsabilità, ci saranno stagioni di grande entusiasmo e quelle come queste in cui si respira un clima depresso, deprimente e una logorante incertezza, ma ciò che rimane è “ora, partiamo”», un invito missionario che risuona «nella vita personale, professionale, quando si deve prendere una decisione, un impegno per la vita, quando ci sono possibilità, proposte, tentazioni».
«In questo momento», prosegue mons. Delpini, «ciascuno di noi percepisce che ci sono delle scelte da fare. Anche per i malati c’è la possibilità di interpretare la malattia, non come umiliazione della vita, ma come occasione spirituale. Perfino la morte – interpretata nella mentalità contemporanea come finire nel nulla – può essere letta come l’invito dell’angelo a superare la porta che si apre verso la gioia senza fine». Pertanto, «celebrare in un luogo di cura, di ricerca, di esercizio delle professioni sanitarie, mi pare molto significativo per dire il mio incoraggiamento a voi che qui operate. Al personale sanitario che sappiamo è sotto pressione e per tutta l’abnegazione che conosco, voglio dire il mio apprezzamento. Desidero fare gli auguri a tutti i papà presenti per la loro responsabilità e rivolgere un pensiero a tutti i malati. Voi tutti siete benedetti da Dio; siate, quindi, benedizione per chi vi incontra».
Lunedì, 22 marzo 2021






