I giusti sembrano spesso soccombere, ma, come prova la Passione di Cristo, sono loro i veri vincitori
di Michele Brambilla
La sera del 24 marzo mons. Mario Delpini si reca nella parrocchia cittadina di S. Protaso per presiedervi la veglia in ricordo dei missionari martiri deceduti nell’anno trascorso. Tra di essi si contano due italiani, il comasco don Roberto Malgesini e il siciliano fratel Leonardo Grasso, e due bambine cattoliche del Nicaragua, vittime delle violenze dei sandinisti. «L’omelia che interpreta la parola di Gesù», osserva l’arcivescovo, «è già stata proposta dal martirologio: l’elenco troppo lungo e troppo doloroso di tante persone morte per la fede in Gesù e per la decisione di restare là dove praticare la fede espone a minaccia mortale è un commento sufficiente». Si può aggiungere che «il giusto ingiustamente ucciso versa il suo sangue che continua a essere voce che grida a Dio e chiede giustizia. I rumori del mondo, delle armi, delle parole cattive vorrebbero coprire la voce del giusto ingiustamente ucciso», e questo fa sgorgare spontaneamente lacrime di impotenza.
Ma è davvero l’impotenza del giusto quello che emerge anche dal martirio più atroce? Secondo mons. Delpini bisogna guardare a Cristo: «i martiri, come scintille nella stoppia, consentono a chi contempla in silenzio di vedere la gloria di Dio nel dramma incomprensibile alla sapienza del mondo: come può essere gloriosa la morte? Il Figlio rivela il Padre: nel morire c’è l’abbraccio, nella sconfitta dei giusti si rivela l’impotenza del persecutore che mentre fa perire il corpo non può impadronirsi dell’anima che è nelle mani di Dio, nel finire abita l’inizio o piuttosto il compimento».
È stata cristologica anche la sofferenza delle tante vittime della pandemia: ad un anno di distanza dal mesto procedere dell’arcivescovo tra le corsie del Policlinico con il SS. Sacramento tra le mani, mons. Delpini celebra nella cappella dell’Università Statale (sede originaria della “Ca’ Granda”) la Messa della Festa del Perdono, un “mini-Giubileo” locale che, dal XV secolo, accompagna la ricorrenza dell’Annunciazione. Ha modo, ancora una volta, di ringraziare gli operatori sanitari e rammaricarsi perché il loro impegno «non sempre è stato riconosciuto, non sempre le richieste di aiuto e la speranza di guarigione si sono espresse con il realismo e la comprensione che ci si possono aspettare. Talora invece di attese sono state pretese irrealistiche, talora il servizio prestato invece che un grazie ha ricevuto reazioni sgarbate». Si è smarrito, nella società contemporanea, il senso del dono: «il “principio del dono” è una rivelazione che suggerisce di non riferire a Dio quello che si constata nella vita umana, ma al contrario di trasfigurare la vita umana a partire da Dio. Dio è amore che si dona e di questo viviamo. La vita è dono, la vita è grazia».
C’è chi si lascia dominare dalla paura e chi mercanteggia pure la vita umana («tutto deve essere contrattato, tutto si può vendere e comprare. Se io ti do questo, tu devi darmi quello»), invece «il Figlio unigenito del Padre, vivo nell’eterna comunione con il Padre e lo Spirito Santo diventa figlio dell’uomo: un corpo mi hai preparato. E così può rivelare il senso della vita umana: è un dono che può farsi dono, è frutto dell’amore che può vivere di amore», come hanno imparato i martiri e come fa ogni cattolico nello svolgimento dei suoi doveri di stato, perché «lo stile qualificato dal principio del dono è quello del servizio, piuttosto che dell’ambizione, quello dell’amabilità e della benevolenza, della pazienza e della generosità, del rispetto delle persone e dei loro diritti, dell’accurata esecuzione del proprio dovere».
Lunedì, 29 marzo 2021






