Ci sono domande ed esigenze inevitabili, per le quali c’è la risposta sempre giovane della Pasqua
di Michele Brambilla
Il 30 marzo, Martedì Santo, mons. Mario Delpini celebra una Messa nell’Auditorium Gaber della Regione Lombardia, presso la quale interviene anche ad una tavola rotonda, alla presenza di esponenti della giunta regionale. Sono ancora una volta giorni di aspre polemiche: l’arcivescovo interpreta nell’omelia le perduranti difficoltà del corpo sociale facendo riferimento alla liturgia del giorno, che prevede la lettura del Libro di Giobbe. «Giobbe», travagliato da mille piaghe e apparentemente abbandonato da Dio, «sa che il redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere. La sua fede incrollabile lo induce a pensare che in qualche modo sarà risarcito di tutte le sue pene», e in effetti, al termine della narrazione, riceverà il centuplo di quello che ha perduto. La pandemia morde ancora, la crisi economica è drammatica, ma il credente sa in Chi sperare.
Proprio per questo, l’arcivescovo rilancia, nel corso del dialogo successivo alla celebrazione, un tema che gli sta molto a cuore: «dobbiamo promettere e garantire che i ragazzi non saranno mai soli, anche dal punto di vista istituzionale e, forse in questo momento, non siamo stati capaci di farlo. Poi, occorre dire che abbiamo stima per loro. Ritengo che tanta parte delle crisi, come la dipendenza dalla droga, dal gioco, dall’assedio della pornografia, sia dovuta al fatto che i giovani non ritengono che la vita valga qualcosa», il che conduce alla mancanza di progettualità e al declino demografico. «Si deve interpretare la vita come una vocazione e non una destinazione unicamente a morire. Ciò comporta indicare una responsabilità e un criterio di comportamento» che ricostruisca ciò che il relativismo morale ha distrutto.
Il relativismo impera ancora nella società contemporanea, facendo apparire la voce della Chiesa, che parla di Verità immutabili, “anacronistica”: è quanto mons. Delpini denuncia nell’omelia della Messa crismale, celebrata in Duomo il Giovedì Santo come vuole la tradizione. Parlando degli uomini del XXI secolo, l’arcivescovo dice: «la gran parte, infatti, si ferma prima di entrare: guardano la Chiesa e guardano i discepoli e guardano i preti da fuori, non varcano il primo velo: giudicano senza vedere, criticano senza discernere, ti fanno sentire un estraneo. Così la Chiesa è considerata una istituzione invecchiata, affaticata, insignificante. Così i credenti sono definiti da etichette esteriori come relitti di un passato antipatico, come pezzi da museo. Così i preti sono ridotti a presenze incomprensibili: si guardano con curiosità più che con interesse, si pretende che prestino servizi, si sopportano come ripetitori di parole morte e prediche scontate».
La Chiesa non è vecchia, ma sempre giovane, come il Risorto. La parola di Dio è eterna, non antiquata, e mai come oggi ne vediamo la necessità. «Ecco quello che avviene in questa Pasqua» in presenza: «Gesù entra e dimora nell’intimità di ciascuno» grazie ai Sacramenti, «purifica la nostra coscienza e vi semina un principio di amore, gioia, pace: nella Pasqua dona il suo Spirito. Perciò la Chiesa che accoglie Gesù nell’intimità irraggiungibile sperimenta la gioia invincibile» dei redenti. «Frutto della Pasqua è un anno di grazia del Signore: mentre siamo logorati dalle incertezze, mentre ci sentiamo tutti più poveri, mentre soffriamo di essere imprigionati dalla pandemia, mentre siamo incapaci di vedere il cammino da seguire, Gesù» nel brano evangelico «proclama l’anno di grazia del Signore», l’avanzare inarrestabile delle consolazioni di Dio.
Lunedì, 5 aprile 2021






