Nel beato Clemente Vismara una metafora dei tempi del “cristianesimo antipatico”, che non fermano la missione dei cattolici
di Michele Brambilla
10 anni fa (2011) veniva beatificato il beato Clemente Vismara (1897-1988), apostolo della Birmania. La ricorrenza cade mentre l’esercito dell’attuale Myanmar bombarda le chiese e rapisce i sacerdoti, ma è anche un forte richiamo alla missione nel nostro Occidente secolarizzato. Sembra infatti più l’Occidente che l’Oriente il territorio ostile descritto da mons. Mario Delpini nell’omelia pronunciata il 15 giugno ad Agrate Brianza, paese natale del celebre missionario. Difficile, infatti, che un birmano possa rispondere al sacerdote cattolico che «il tuo messaggio è noioso e noi vogliamo divertirci. Il tuo vangelo è antipatico, le tue intenzioni sospette, il tuo discorso è fastidioso». Si intravede, infatti, la falsa coscienza dell’uomo postmoderno, anticlericale per partito preso: «vattene via, inviato dalla Chiesa! Vattene via! La tua Chiesa è spregevole e non ne abbiamo alcuna stima. Non vogliamo che prenda posto in città la Chiesa con i suoi monumenti e i suoi affari».
«Ecco», osserva l’arcivescovo, «sembra che siamo chiamati a vivere nei tempi del cristianesimo antipatico. Forse c’è stato un tempo del cristianesimo popolare, dell’entusiasmo per il messaggero di buone notizie che annuncia la pace. Forse c’è stato un tempo in cui il missionario era accolto con una festa e la sua impresa incoraggiata dal governo, premiata e applaudita. Forse a noi sono toccati i tempi del cristianesimo antipatico. La parola del Vangelo non merita di essere ascoltata: è noiosa, è fuori dal mondo, è difficile. La parola del Vangelo è fastidiosa: entra nelle cose della vita come un rimprovero, come una parola intrusa, mette a disagio, fa nascere sensi di colpa. La parola della Chiesa è screditata, la gente si fa una idea della Chiesa in base ai titoli dei giornali e al clamore degli scandali: non guarda alla Chiesa che ha sotto gli occhi, ma a quello che gli fanno vedere» i media prezzolati.
Ciononostante, «coloro che hanno conosciuto Gesù e hanno creduto in lui non possono rinunciare alla missione, non possono rinunciare ad annunciare il Vangelo: guai a me, se non annuncio il Vangelo (1Cor 9,16). Non sono missionario perché sono popolare e applaudito, non perché ci guadagno. Sono mandato» da Dio, faccio il mio dovere di battezzato. Non bisogna avere paura quando sembra diventare gravoso: «il discepolo di Gesù di fronte alle porte chiuse delle città, di fronte alle sentinelle ostili e sospettose, si fa avanti, inerme, mite. Non ha altro che la parola della croce. “Fratelli, sorelle, vengo in nome del Signore, vi porto parole di salvezza, parole di pace. Voi mi disprezzate, e io vi stimo e mi faccio vostro servo nel nome di Gesù, il Signore, che è venuto non per essere servito, ma per servire. Voi preferite immaginare un Dio che fa paura, un Dio che manda castighi e disgrazie, un Dio che chiede sacrifici; io vengo ad annunciarvi il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che è ricco di misericordia e ha mandato il Figlio suo non per giudicare, ma per salvare il mondo, che non chiede sacrifici, ma si sacrifica per la salvezza di tutti».
Allora «la memoria di P. Clemente viene celebrata per dichiarare che si cercano anche oggi, anche qui, discepoli di Gesù che si rendano disponibili per la missione antipatica, per l’impresa fastidiosa e poco gloriosa, per portare ai fratelli e alle sorelle che preferiscono la disperazione e la solitudine, la parola della croce, sapienza e potenza di Dio, per annunciare la fraternità e la speranza».
Lunedì, 21 giugno 2021






