Ci vuole anche quell’anima che mons. Delpini ritrova nel monastero della Cascinazza, fondato 50 anni fa
di Michele Brambilla
Mons. Mario Delpini si reca il 29 giugno al monastero benedettino dei SS. Pietro e Paolo alla Cascinazza di Buccinasco nel 50° di fondazione (1971). La “Cascinazza” è nota per essere il luogo in cui si fondono la Regola di san Benedetto e la spiritualità di Comunione e Liberazione. Mons. Delpini, pronunciando l’omelia della Messa, ricorda che «la preghiera incessante è una immagine che non abbandona mai la vita della Chiesa». La Chiesa ha sempre avuto bisogno di qualcuno che si dedicasse a tempo pieno alla preghiera, fin dai primi secoli: «il contesto è ostile, la comunità dei discepoli di Gesù è impopolare. Offendere e perseguitare i cristiani è gradito al popolo». Ancora una volta il riferimento è alle letture, che descrivono le peripezie della predicazione apostolica, ma non mancano echi di questi tempi travagliati. La preghiera «è una dichiarazione di impotenza? È una ingenua aspettativa di un intervento miracoloso di Dio? Non è detto. Solo si dice che pregano incessantemente. C’è oggi qualche altra cosa più necessaria? Sembra di sì, molte altre cose vengono prima», anche negli ambienti cattolici.
«Forse per questo», si chiede l’arcivescovo, «esistono in città comunità di vita contemplativa»: proprio per ricordare a tutti che «incessantemente, la Chiesa prega, la Chiesa è unita nella preghiera, ha una intenzione che la raduna», offrire a Dio tutto quello che accade, nel bene e nel male, e ricevere in cambio la Grazia. L’uomo non può essere ridotto ad una sola dimensione: un pericolo che rischia di correre specialmente la medicina, luogo in cui si concentrano gli sforzi prometeici dell’uomo post-moderno, che si illude, nonostante la pandemia abbia dimostrato il contrario, di poter controllare sia la vita che la morte.
Si comprende, allora, l’ammonimento lanciato dal medesimo mons. Delpini durante la visita al Centro cardiologico “Monzino” IRCCS (Gruppo IEO-Monzino) di Milano: «l’espressione “dovrebbero farle un monumento” è un modo di dire comune che indica la riconoscenza per un’opera preventiva, terapeutica, di accompagnamento che permette di vedere all’opera la società nel suo complesso. Si percepisce che quella sanitaria non è soltanto l’esercizio di una professione, ma una vocazione che suscita stupore perché dice qualcosa dell’umanità, andando oltre quello che è dato spesso per scontato. Il modo in cui si curano i malati, dice qualcosa di tutti noi: dice che è spontaneo dedicarsi alle persone» perché riconosciamo nel malato un fratello sofferente.
L’uomo non può essere soggiogato ad una tecnica senz’anima, pertanto l’arcivescovo si complimenta con la ricerca scientifica, che prosegue, ma chiede ai medici di curare anche altre dimensioni, per esempio la propria famiglia: «sono il segno che siamo vivi, ma più la scienza progredisce, più deve diventare umile – come dimostra la storia esemplare del Monzino – perché più si sa e più si sa di non sapere. Il concetto della domanda e della risposta è troppo intellettualistico: le domande, in verità, sono un’invocazione e una vocazione ad amare». In fin dei conti, la soluzione è sempre la stessa: quell’ora et labora che ricongiunge tutte le dimensioni dell’uomo e ha fatto grande l’Europa.
Lunedì, 5 luglio 2021






