Solo Cristo è il fondamento di una società davvero libera e solidale
di Michele Brambilla
Il 2021 porta con sé alcuni anniversari importanti per diverse nazioni. Si celebrano, infatti, i 200 anni dell’indipendenza della Grecia dall’Impero ottomano e dei popoli dell’America Latina dalla Spagna. A Milano c’è una numerosa comunità peruviana, che decide di ricordare questa importante ricorrenza (la data esatta è il 28 luglio) con una Messa in Duomo, celebrata da mons. Mario Delpini la mattina del 10 luglio.
Il console generale del Perù a Milano, Felix Ricardo Denegri Boza, parla «di una comunità laboriosa, integrata, che aiuta il prossimo» nel suo indirizzo di saluto. In effetti, sono tanti i peruviani che contribuiscono all’apostolato delle parrocchie ambrosiane, basti citare al diacono permanente Felix Juarez, che legge il Vangelo di quella stessa Messa. Mons. Delpini ripete che «questa chiesa non è la chiesa dei milanesi, ma di tutti i cristiani che abitano questa terra. Sono contento che questo evento importante sia celebrato qui. Tutti i Santi che sono rappresentati dentro e sulle guglie del Duomo vengono da ogni parte del Cristianesimo antico e moderno e dicono che questa è la casa di tutti», benché la cattedrale sia la massima espressione di un’identità particolare all’interno della Chiesa universale.
Conscio dei problemi che attraversa ancora il Perù e della sua grande ricchezza naturale e culturale, l’arcivescovo innalza nella sua omelia il “cantico del Perù”: «in Perù canta la sierra, cantano le montagne, altissime, bellissime, spietate. Canta la selva, cantano gli alberi e i fiumi, l’immenso dono delle acque, canta la costa e il deserto nella polvere e nel vento, cantano le onde dell’oceano. In Perù canta anche la terra, immenso giacimento di ricchezze, di promesse e di maledizioni». Esorta allora: «cantate in Perù, popoli mescolati e multicolori, lingue antiche e suoni di ogni Paese. Cantano gli italiani del Perù e i peruviani in Italia, operosi protagonisti della storia moderna e della solidarietà» attuale, specialmente di fronte ai danni causati dalla pandemia.
«Il canto dei poveri è come un pianto, come un lamento: nel paese della natura esagerata e delle ricchezze infinite, i poveri sono troppo poveri ed elevano il loro lamento, i violenti sono troppo violenti e strappano grida troppo strazianti e il pianto del popolo si mescola con il pianto di Dio», che però ha dato anche al Perù i suoi santi, «i primi della terra d’America che cantano l’umiltà e l’amore, lo zelo instancabile e l’umile pazienza del quotidiano; cantano Rosa da Lima, e Martin de Porres, Turibio de Mongrovejo e Francesco Solano. Cantano la santità che accompagna El Señor de los Milagros che vince i terremoti e le distanze e raduna le folle per cantare nella comunione dei Santi». L’arcivescovo cita anche i caudillos che guidarono le guerre d’indipendenza, i massoni Simon Bolivar (1783-1830) e Josè de San Martin (1778-1850), mettendo in evidenza la precarietà del loro sogno utopico («un sogno di libertà e di pace, troppo grande, troppo tragico, troppo tribolato» per potersi davvero realizzare). Per costruire una casa solida occorre Cristo: la Chiesa dalle genti non è utopia, ma realtà già presente nella condivisione dei medesimi Sacramenti e della stessa tensione missionaria: «desidero esprimere il mio apprezzamento per la comunità peruviana che partecipa alla parrocchia di Santo Stefano e per quelle presenti in Diocesi. Nella Chiesa nessuno è straniero e tutti sono a casa loro. Dunque, siate i benvenuti, portate i vostri canti, la vostra gioia, le vostre lacrime e confidate nell’intercessione dei vostri Santi».
Lunedì, 12 luglio 2021






