Tra la morte di don Gianola e l’arresto di don Tempesta, il clero ambrosiano vive giorni difficili. L’arcivescovo addita ancora una volta il grido di liberazione della Pasqua di Cristo
di Michele Brambilla
Lunedì 12 luglio precipita in un burrone don Graziano Gianola, prete dal 2004 e vicario di pastorale giovanile nel decanato della Bovisa: il sacerdote muore sotto gli occhi dei “suoi” ragazzi, con i quali stava compiendo la prima passeggiata del campeggio 2021 dopo le settimane intensissime dell’oratorio estivo.
Giovedì 15 luglio, celebrati i funerali di don Gianola in Bovisa, ecco un’altra tragedia, di diverso segno: don Emanuele Tempesta, prete dal 2019 e vicario a Busto Garolfo, è messo agli arresti domiciliari perché accusato di abusi sessuali. In Curia non era mai pervenuta alcuna denuncia agli organi preposti, come spiega un comunicato: «nell’assicurare la più completa disponibilità alla collaborazione con l’autorità giudiziaria per accertare la verità dei fatti, la Diocesi desidera altresì precisare che non è mai giunta alla Curia, al Vicario di zona e al parroco alcuna segnalazione relativa ai fatti oggetto dell’indagine». L’arcidiocesi di Milano si ritrova così, nel giro di pochi giorni, ad avere un sacerdote di 48 anni nell’ombra della morte e un altro, di soli 29 anni, che, in qualunque modo andrà il processo, è ormai condannato alla morte sociale.
Don Graziano riceve due funerali: uno, come detto, nella sua parrocchia in Bovisa, presieduto da mons. Luca Raimondi, l’altro la mattina del 16 luglio nel paese natale, Premana, dove avviene la sepoltura. Le esequie a Premana sono celebrate da mons. Mario Delpini, che nell’omelia esprime molto bene lo stato d’animo del clero e dei fedeli diocesani in questi frangenti dolorosi: citando la Passione del Signore, osserva che «quello che Gesù grida è “perché?”. Non è domanda per sapere una risposta. È il grido che protesta e inveisce contro la morte e chiama in causa Dio». Inizia un’invettiva che non dimentica le domande più scottanti: «maledetta, morte, spietata, perché non distingui il giusto dall’empio, il tiranno delle vittime. Perché? Morte spietata! Perché prendi e massacri i miei amici? Perché strazi i bambini? Perché prendi il papà, la mamma? Morte maledetta!». Sacerdoti o laici, si è chiamati a testimoniare nel mondo l’Amore che salva, ma non è detto che si abbia umanamente successo e il pericolo del cadere in errore, o in un dirupo per niente metaforico, è dietro l’angolo.
Alla maledizione portata nel mondo dal peccato, però, è stato posto un limite invalicabile: la Risurrezione dello stesso Cristo: «ma nel grido di Gesù risuona l’inaudito. Dall’abisso insondabile e spaventoso sale un grido inatteso, sconcertante, sconvolgente. Un grido di vittoria. Alleluia! Gloria a Dio». Come si fa a gridare “alleluia” in questo tribolato 2021, che viene dopo un non meno tribolato 2020? Mons. Delpini prosegue: «è il grido più difficile da imparare, è il grido più difficile tra le lacrime degli affetti che sembrano spezzati per sempre, nella desolazione dell’irreparabile. Ma don Graziano si unisce al grido di Gesù e vuole gridare “Alleluia! Lode, gloria, onore, al nostro Dio!”, perché vuole consolare la mamma e i fratelli e gli amici più cari. Vorrebbe squarciare i cieli e rivelare la gloria di Dio per insegnare il cantico dell’esultanza crocifissa, della gioia invincibile e insieme impossibile» che solo il Crocifisso risorto può dare. Il dolore va messo in conto, così come è inevitabile che avvengano gli scandali, ma dopo la Pasqua di Gesù la morte, il male, non avranno mai più l’ultima parola.
Lunedì, 19 luglio 2021






