Dio salverà ancora una volta il suo popolo nella quotidianità
di Michele Brambilla
Si potrebbe chiamare l’omelia del “non temete” quella pronunciata in Duomo l’8 settembre da mons. Mario Delpini, nella festa della Natività di Maria, che avvia il nuovo anno pastorale. «Non temere, Giuseppe», esclama infatti l’arcivescovo prendendo spunto dal Vangelo del giorno (Mt 1,18-23): «il progetto del Dio dei nostri padri di salvare il suo popolo non si realizza con l’irruzione di una potenza superiore che frantuma il progetto coltivato nella tua giovinezza, che mette fine al sogno d’amore che rende attraente il tuo futuro», ma ha rispetto della nostra libertà e non ci salverà senza di noi. «Non accontentarti di una vita pensata come una sistemazione nell’anonimato di una vita qualsiasi, in un paese qualsiasi, per coltivare la speranza di Israele come una vaga promessa di un futuro promettente per altri, per chi sa chi», perché «oggi è il giorno della tua vocazione», ovvero la possibilità concreta della tua realizzazione come uomo.
Mons. Delpini si rivolge, poi, ai 15 seminaristi diocesani e ai 2 extradiocesani che compiono la vestizione (indossano, cioè, per la prima volta la talare nella cattedrale): «voi che esprimete pubblicamente la vostra disponibilità per essere chiamati al ministero presbiterale e diaconale siete oggi accompagnati da segni di festa e di incoraggiamento, forse anche di ammirazione e di simpatia. Intravedete però che il ministero per il quale siete disponibili non sarà una garanzia di successo e di popolarità, non sarà una letizia assicurata come pacifico possesso». Anche tra i consacrati serpeggia, infatti, la tristezza e lo scoraggiamento tipici di quest’epoca depressa, ma «se vi dicono: ormai il vostro tempo è passato, questo tempo non ha più bisogno di voi e di Gesù perché si è accomodato nella disperazione, voi non temete di annunciare che Gesù vuole salvare anche questo tempo dai peccati e rendere possibile la gioia e la speranza». Dice, pensando alle contee intra-ecclesiali vecchie e nuove: «se vi dicono: siete rimasti in pochi, la vostra presenza nella società è irrilevante, le discussioni che si scatenano anche tra voi dimostrano che neppure voi sapete che cosa fare e dove andare, non temete di testimoniare che la vostra strada è quella di Gesù, che quello che sperate è di condividere la vita, la compassione, il servizio e persino la morte di Gesù per entrare con lui nella gloria della risurrezione». Un programma esigente in tutte le epoche.
La gran parte dei seminaristi ambrosiani proviene ancora dagli oratori parrocchiali, i cui frequentatori non sono esenti dai difetti del post-moderno: «se vi dicono: i giovani e i ragazzi d’oggi vivono in un altro mondo in cui la vostra fede, la vostra morale, i vostri riti risuonano come una stranezza esotica, non temete di offrire la vostra testimonianza che la vita è una vocazione, che la coerenza è un motivo di fierezza, che la celebrazione dei santi misteri è il principio di un umanesimo sempre nuovo, sempre fiducioso».
Insomma, «non temere, santa Chiesa di Dio che sei in Milano», perché «mentre si avvia questo anno pastorale in un contesto di frenesia per la ripresa, di comunicazioni selezionate per occultare le radici profonde dei drammi del nostro tempo, non temere, santa Chiesa di Dio, di annunciare che la buona notizia del Salvatore non è una generica astrazione, ma è il Vangelo della famiglia, il Vangelo della vocazione, il Vangelo della vita eterna. Non temere di essere libera, anche a costo di essere impopolare per seguire il tuo Signore che non ha cercato la gloria del mondo ma la fedeltà a Colui che lo ha mandato».
Lunedì, 13 settembre 2021






