Cercando la verità sulla tragedia dell’8 ottobre 2001, mons. Delpini pronuncia parole che vanno oltre la contingenza e rimproverano il relativismo e la “cultura di morte”
di Michele Brambilla
Mons. Mario Delpini esordisce così alla Messa che, nel Bosco dei faggi a Milano, commemora il ventennale del disastro aereo dell’8 ottobre 2001, in cui a Linate morirono 118 persone: «verrà il giorno dei capricci e delle favole». L’arcivescovo cita il versetto: «“verrà giorno in cui gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci … per perdersi dietro alle favole” (2Tm 4,3s)». Quel giorno, forse, è arrivato: «nei giorni dei capricci e delle favole le domande serie sono fuori moda, la ricerca della verità risulta noiosa, sembra una perdita di tempo», anche quando si parla di una tragedia come quella di cui si ricordano le vittime.
«Nei giorni dei capricci e delle favole», prosegue, «si cerca rimedio alla tristezza con la distrazione, con la superficialità, con il pensare ad altro». Soprattutto si evitano le domande fondamentali sulla vita e sulla morte, indotti a questo anche da “cattivi maestri”. Tuttavia, «nei tempi dei capricci e delle favole Paolo suggerisce a Timoteo: “tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi l’opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero” (2Tm 4,5)».
La missione della Chiesa non viene mai meno: il cattolico darà sempre testimonianza alla Verità. Sono parole che vanno decisamente oltre la contingenza del triste anniversario di Linate, a cui l’arcivescovo si ricollega in questo modo: «e noi siamo qui a celebrare la Messa per ricordare le vittime della tragedia di Linate, perché non vogliamo che i capricci e le favole cancellino il ricordo delle 118 vittime, non vogliamo che la tragedia sia solo struggente ricordo, alimenti solo rabbia e risentimento». La menzogna cerca sempre di nascondere i ricordi che inducono le persone a riflettere seriamente, ma la realtà non si può celare all’infinito. «Desideriamo invece», puntualizza l’arcivescovo, «ascoltare il Vangelo, lasciarci illuminare dalla parola di Dio per distinguere quello che è importante da quello che non vale niente, anche se fa tanta impressione. Chi ha sofferto non cerca un rimedio palliativo al suo dolore, ma una verità che aiuti a vivere, una sapienza che dia il gusto del bene e il disgusto del male». Parole, anche queste, che vanno decisamente oltre il ricordo della tragedia commemorata e chiamano in causa la “cultura di morte”, una delle menzogne più impudenti che siano mai state inventate per inquinare la percezione delle persone.
Il male non rasserena, porta altra angoscia. «Vengono dunque i giorni dell’angoscia e della paura», che radicano nell’egoismo e nascondono ancora una volta la concretezza del fratello uomo. «E noi siamo qui a celebrare la Messa perché la parola di Gesù guarisca l’angoscia e apra l’animo alla speranza. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina … sappiate che il regno di Dio è vicino (Lc 21,28.31)»: la morte, inflitta o auto-inflitta, non avrà mai l’ultima parola, che appartiene al Risorto. Come dice mons. Delpini, «la benedizione di Dio non è una bacchetta magica che mette tutto in ordine e accontenta le aspettative di tutti e soddisfa le pretese di ciascuno: è piuttosto la fedeltà di Dio all’alleanza, la presenza di Gesù tutti i giorni fino alla fine del mondo, è il dono dello Spirito che rende possibile ogni situazione come occasione».
Lunedì, 11 ottobre 2021






