Fieri del passato glorioso e del futuro altrettanto glorioso da progettare
di Michele Brambilla
La sera del 18 ottobre, nel Palameda di Meda, mons. Mario Delpini esclama, davanti al mondo dello sport oratoriano e paraolimpico riunito: «io sono fiero di voi, fiero di chi si dedica a coltivare lo sport, degli allenatori, dei dirigenti, di coloro che curano le strutture, di questo investimento che le comunità cristiane hanno fatto, quando magari le strutture pubbliche non avevano le possibilità e la lungimiranza per farlo, perché lo sport ha una valenza educativa straordinaria, soprattutto in alcune età della vita», come l’infanzia e l’adolescenza. «Vi incoraggio a vivere questa ripartenza» delle attività sportive «come gente che ha imparato le parole di stasera, che ha imparato a mettere insieme la passione con il sacrificio, il talento con il limite, l’io con il noi. La pratica sportiva è una risorsa straordinaria per ripartire, per avere la capacità di scuotersi dall’inerzia, da una specie di grigiore e di malavoglia cronica», perché «ci sono tanti adolescenti che stentano a riprendere i ritmi normali di studio, di vita, di frequenza alla Messa domenicale: abbiate gli occhi per cercarli, motivateli, dite loro che la vita è bella, merita di essere vissuta in pieno e che ciascuno ha in sé delle risorse che, se non vengono messe a servizio, marciscono». La fede cattolica, generatrice anche al giorno d’oggi di opere stupende, va testimoniata con il dovuto orgoglio e con intraprendenza missionaria.
C’è chi dice, anche all’interno del mondo ecclesiale, che la Chiesa non sarebbe stata in grado di offrire una chiave di lettura coerente della pandemia. In realtà, si tratta di un giudizio ingeneroso, frutto delle opposte letture ideologiche che condizionano la stessa vita interna della Chiesa. L’arcivescovo ribadisce con forza, inaugurando l’anno accademico della Biblioteca Ambrosiana (20 ottobre), che il mondo cattolico non si può esimere dall’interpretare il nostro tempo: «questa celebrazione si pone in un momento in cui non si tratta solo di chiudere una parentesi, ma piuttosto di osare anche una interpretazione di ciò che è successo». Osserva infatti mons. Delpini: «si può interpretare la pandemia come un evento traumatico per il corpo sociale che ha causato una sorta di frattura: questa immagine suppone un periodo di cura e di riabilitazione che chiede gradualità, pazienza, competenza, forza di volontà e non solo di tornare come prima. Un’altra immagine è che la pandemia sia stata come un terremoto che ha cambiata la configurazione della zona colpita e dove tornare indietro è impossibile», ma la Chiesa in questi anni dolorosi non è stata a guardare. Il Papa e i vescovi hanno parlato e agito, ma non sempre hanno ricevuto dall’opinione pubblica (anche cattolica) l’attenzione e il giudizio benevolo che meritavano i loro sforzi. Se il mondo contemporaneo considera fede e cultura “questioni secondarie”, bisogna fargli capire che esse sono le fondamenta di una vera ricostruzione sociale. L’arcivescovo ipotizza una riforma dell’Accademia borromaica stessa, in modo che la cultura autenticamente cattolica torni a permeare il pensiero anzitutto di coloro che si proclamano ancora fedeli cattolici: «io non ho risposte, ma invito gli studiosi a immaginare percorsi e processi per offrire alla città e alla cultura quel contributo che abbiamo la responsabilità di non far mancare» proprio come Chiesa, custode della Verità salvifica.
Il sito dell’arcidiocesi pubblicizza da giorni l’apertura della Settimana Sociale dei cattolici italiani a Taranto, dal 21 al 24 ottobre. L’incontro intende seguire come bussole le encicliche Laudato sì e Fratelli tutti di Papa Francesco, che tracciano le linee di un’ecologia umana che non dimentica neppure il progetto di Dio sull’uomo.
Lunedì, 25 ottobre 2021






