Le festività del 1 e 2 novembre, dice l’arcivescovo, sono uno stimolo a non sopire le domande esistenziali, ma a cercarvi il senso in Gesù Cristo, morto e risorto
di Michele Brambilla
Portandosi all’ambone del Duomo per l’omelia della Commemorazione di tutti i fedeli defunti (2 novembre), mons. Mario Delpini ritiene necessario domandare: «che succede quando non ci sono le domande? Quando alla gente è stato proibito di fare le grandi domande», rincara, «a che cosa servono le grandi risposte, le parole vere, necessarie per illuminare le tenebre del mondo? Sembra infatti che la gente rimanga senza disagio nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti», apparentemente appagata dal nulla pneumatico della cultura contemporanea.
Le grandi domande («di fronte alle tragedie torna spesso la domanda: perché? Perché succedono queste cose? Perché Dio permette questa morte, questa malattia, questo disastro?»), però, non sono assopite: albergano anche nel cuore dell’uomo post-moderno, benché egli le riduca spesso a “domande retoriche”, delle quali non interessa la risposta. Si sono tacitati i grandi interrogativi che sostengono la filosofia umana da millenni e si tenta di sostituirli con questioni banali: «quanto costa? dove si compra? Dove si trova la medicina o il medico per questa malattia? Dove conviene andare in vacanza? Quale scuola mi promette lavoro?». La domanda sulla scuola potrebbe aprire orizzonti più vasti, perché non ci si siede sui banchi solamente con la speranza di un’ottima remunerazione futura, ma per scoprire la “chiave” dell’universo.
Essa è Colui che, a volte, gli stessi cattolici hanno paura a nominare in pubblico, ma «nel deserto delle domande Dio non si rassegna a lasciare i suoi figli nella tristezza e nell’ignoranza. Dio si fa presente come il roveto ardente che sveglia Mosè dall’inerzia e dall’indifferenza verso il popolo oppresso, Dio si fa presente per inquietare e provocare alla speranza, con le parole dell’irriducibile Giobbe, che non vuole accontentarsi delle solite risposte offerte come palliative, con la morte di Gesù che oscura il cielo e scuote la terra».
«Dio sveglia con l’attrattiva: la manifestazione di Gesù tocca nell’intimo le persone», prosegue mons. Delpini, «trafigge il cuore e convince a volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto. Dio sa che nel cuore di ogni uomo e di ogni donna non ci sono solo le banalità del quotidiano, non c’è solo la trepidazione per sé e per i propri cari, non c’è solo l’inclinazione a perdersi nel divertimento. C’è in ogni cuore un desiderio di vivere e perciò l’annuncio di una vita attira. C’è nel cuore la persuasione che non siamo fatti per la tristezza, ma per la gioia e perciò il dono della gioia è desiderato», più di quanto il nichilista, apparentemente sazio, immagini. In un mondo in cui si insegue la follia dell’edonismo e si pensa di superare il dolore oscurandolo o esercitando un presunto potere sulla vita, «Dio istruisce con la sapienza, parla in modo da essere ascoltato, si lascia conoscere attraverso Colui che ha mandato. E l’istruzione è la storia di Gesù e il suo esito: Gesù morto e risorto è il primogenito, è il principio di vita nuova» “afferrando” il quale si consegue l’autentica felicità. Le ricorrenze del 1 e del 2 novembre esistono proprio per ricordarci che la vita ha un fine, verso il quale siamo diretti. La santità non è una chimera, ma la meta ordinaria del cristiano, e si conquista profumando di Vangelo la nostra quotidianità.
Lunedì, 8 novembre 2021






