Questo il grande suggerimento di mons. Mario Delpini ai partecipanti alla giornata di studio sugli oratori dell’11 novembre
di Michele Brambilla
L’11 novembre si tiene in Università Cattolica, a Milano, una giornata di studio intitolata: «Oratorio, una profezia che si rinnova». Si vuole costruire il post-pandemia (e molto è già stato fatto), ma soprattutto chiedersi, a cent’anni dalla morte del beato card. Andrea Carlo Ferrari (arcivescovo di Milano 1894-1921), cosa abbia da dire il vasto mondo degli oratori parrocchiali ambrosiani alla cultura e alla pedagogia di oggi.
Secondo mons. Mario Delpini, al quale è chiesto un intervento, «bisogna studiare gli oratori perché molte cose sono mutate e l’esperienza del Covid ha realizzato un trauma che, come tutti i traumi, richiede un periodo di riabilitazione, imparando da quello che è successo» a fare bene e meglio il proprio apostolato. La pandemia ha riportato l’attenzione sulla liturgia e sulle attività più specificamente formative, riscoprendo in certi casi una più volte auspicata sobrietà. «Questo trauma ha però, mi pare, soltanto enfatizzato un’evoluzione in corso da molto tempo, che ci obbliga a chiederci come gli oratori possono essere una profezia che si rinnova di fronte a fenomeni macroscopici» di questo più volte rimarcato «cambiamento d’epoca».
L’arcivescovo constata che spesso, ma non sempre, «non ci sono più le masse tradizionali, sia perché i giovani sono pochi, sia perché si disperdono in molti altri luoghi, soprattutto nelle città, per cui gli oratori sono meno frequentati». Il problema è anche delle normative, sempre più stringenti, che limitano tradizioni e attività fino a pochi anni fa universalmente accettate, come le feste patronali o le processioni. Allora «almeno nella sua forma ideale, la profezia dell’oratorio indica una promessa e una contestazione» del dis-ordine postmoderno esistente. In poche parole, la comunità cristiana come reale alternativa ai modelli culturali imposti dal pensiero dominante.
Per esserlo davvero, mons. Delpini mette in guardia dai personalismi che serpeggiano ancora in molti oratori, considerati ancora “proprietà privata” – denuncia – del viceparroco. Del resto, «la diminuzione del numero dei preti esige tale coinvolgimento complessivo che è elemento promettente. Un altro aspetto profetico è l’accesso di tutti i ragazzi del territorio a un oratorio che non è selettivo, non è un club, non impone rigore discriminatorio ed è, quindi, la profezia della Chiesa dalla Genti tradotta nel contesto giovanile».
Esalta in particolare «la gratuità, che è una forma tipica della sollecitudine cristiana per l’educazione», perché insegna che non tutto è acquistabile con il denaro e che ogni persona è preziosa agli occhi del Signore. L’oratorio è accogliente verso tutti, ma ha delle regole, cosa che è essa stessa profetica (ovvero “parla a nome di Dio”) in questo mondo individualista.
Lunedì, 15 novembre 2021






