Nella giornata CEI di preghiera per le vittime di abusi nell’ambito ecclesiastico, l’arcivescovo conferma che per combatterli bisogna mantenere uniti orizzontalità e verticalità
di Michele Brambilla
In seguito ad iniziative analoghe da parte dell’episcopato francese, la Conferenza Episcopale Italiana indice per il 18 novembre una giornata di preghiera per le vittime di abusi nella Chiesa. Un tema molto delicato, che mons. Mario Delpini decide di trattare unendo la preghiera ai fatti concreti. Bisogna, infatti, trasmettere l’idea che la Chiesa non si limiti ad un semplice atto di dolore liturgico. Allo stesso tempo, occorre schivare quelle semplificazioni che sfruttano il fenomeno degli abusi per darvi una risposta solamente orizzontale, spesso volutamente de-sacralizzante, avendo come obbiettivo gettare il discredito sull’intera comunità ecclesiale. Ecco allora l’arcivescovo promulgare per decreto un potenziamento dei servizi di ascolto delle vittime e presiedere, poi, una celebrazione penitenziale in Duomo, preceduta dall’adorazione eucaristica di riparazione.
Davanti al SS. Sacramento esposto, mons. Delpini dice nella sua meditazione: «le vittime degli abusi sono ragazzi e ragazze, uomini e donne che invocano la guarigione da queste intime e irreparabili ferite. Invochiamo lo Spirito che rinnovi, consoli, infonda nuova speranza, doni pace. Invochiamo lo Spirito perché il male subito non induca alla disperazione sulla possibilità del bene, sulla capacità di amare, sulla promessa che la vita si compia nell’amare e nell’essere amati. Invochiamo lo Spirito perché il male subito non alimenti rabbia che diventi motivo di altra violenza e di altro male».
La risposta al male, infatti, non può essere altro male: «invochiamo lo Spirito che scenda nelle tenebre di chi fa del male, degli adulti che hanno la responsabilità di curarsi dei piccoli che si fidano di loro, familiari, educatori, uomini e donne di Chiesa. Scenda lo Spirito perché si rendano conto del male compiuto, perché se ne pentano e facciano penitenza, perché sentano il dovere di riparare, di risarcire. Scenda in loro lo Spirito perché avendo fatto tanto male vivano la loro vita come missione di riparazione e di intercessione». Lo Spirito, infatti, è consolatore.
«Invochiamo lo Spirito che scenda» anche «nelle istituzioni che hanno la responsabilità di formare gli educatori, di creare le condizioni che mettano i minori e le persone fragili al sicuro dal pericolo di ogni genere di abuso. Invochiamo lo Spirito che illumini la nostra Chiesa. Ci insegni le vie per prenderci cura delle vittime degli abusi perché nessuno si senta abbandonato. Ci ispiri a rendere sempre più adeguati gli strumenti di formazione e prevenzione che nella nostra Diocesi prendono forma più precisa e articolata».
Insomma, «invochiamo lo Spirito che rinnovi la faccia della terra e renda rassicurante e desiderabile vivere nella nostra Chiesa, nella nostra società, sul nostro pianeta», perché un mondo disastrato non può che essere ricostruito sul fondamento saldo del Vangelo. Area degli allegati
Lunedì, 22 novembre 2021






