Le storiche istituzioni della carità milanese indicano la via di una ripresa che preserva e incrementa ogni vita
di Michele Brambilla
Il 30 novembre mons. Mario Delpini visita l’Istituto dei Ciechi di Milano, che inaugura un centro diurno rivolto ai ragazzi con problemi visivi. Non è altro che l’ennesima fioritura su un albero robusto: 200 anni di carità concreta e “corale” (l’istituto fu fondato nel 1840, alla presenza del card. Carlo Gaetano Gaisruck), con la partecipazione di tutta la cittadinanza, come vuole la tradizione milanese. L’arcivescovo, prendendo la parola, esclama ammirato: «faccio l’elogio della fierezza che sarà uno dei temi che tratterò nel Discorso alla Città di Sant’Ambrogio. La fierezza di chi sa che ha le risorse, le capacità, la voglia di affrontare i problemi e di risolvere le situazioni».
Milano eccelle nel problem solving, ma mons. Delpini preferisce mettere in guardia da una certa idea di autosufficienza: «questa fierezza milanese non è semplicemente un vanto, ma la consapevolezza di saper affrontare le questioni. In questo momento Milano è presa da una frenesia che va interpretata perché tutto questo correre, avere sempre fretta, può essere un segno di tale fierezza, del “volercela fare” dopo mesi desolanti. Ma occorre sapere dove andiamo», ovvero quale sia la meta e quali valori sostengano una ripresa che rischia di replicare vecchi errori. Non si tratta di domande inedite per la città: «dopo la peste del 1576-’77 san Carlo Borromeo scrisse un messaggio ai milanesi», il celebre Memoriale, «perché quella tragedia non passasse senza insegnare qualcosa. Anche oggi Milano deve imparare, diventare più saggia» della Milano novecentesca e delle scintillanti, quanto asettiche vetrine di City Life, emblema della “corsa” di inizio millennio. «La pandemia è stata anch’essa una tragedia e dobbiamo ancora stare attenti perché non passi invano», ovvero senza chiamarci a conversione.
Cosa permise alla Milano del Cinquecento di risorgere dalle ceneri della peste? La sua fede cattolica. «A questa Milano così intraprendente e capace di attirare tanto» l’arcivescovo augura «speranza e sapienza». Per rafforzare la prima occorre ricordarsi che «la vita non è un correre come pungolati da qualcosa che sta alle spalle, ma è un andare avanti perché vi è una meta che attende. La divina Provvidenza è una concezione della storia che dice che la vita viene da una promessa, non dalla capacità di produrre» fondandosi unicamente sulle risorse terrene. «La seconda parola è iscritta nella nostra tradizione», dice mons. Delpini, «e si chiama sapienza, che vuol dire avere il gusto delle cose, saper distinguere il bene dal male».
L’Istituto dei Ciechi, per esempio, nacque da una Milano che non aveva alcun dubbio sul fatto che la vita è un dono di Dio e va sempre preservata. Si comprende, quindi, l’importanza particolare della tematica nel clima culturale odierno. Come detto sopra, l’arcivescovo preannuncia che questo concetto sarà una delle colonne portanti del Discorso alla città 2021. Appuntamento, allora, ai Primi Vesperi della solennità di sant’Ambrogio.
Lunedì, 6 dicembre 2021






