Ognuno di noi deve ignazianamente prendere la sua parte nella celebre parabola del Buon Pastore
di Michele Brambilla
Il 6 dicembre, durante i Primi Vesperi della solennità del patrono di Milano, mons. Mario Delpini pronuncia come sempre il Discorso alla città, riportato per intero anche sul sito nazionale di Alleanza Cattolica e disponibile in forma cartacea nelle librerie cattoliche a partire dal 9 dicembre. In questa sede ci limitiamo a ripercorrerne le linee generali: «in questo nostro tempo confuso, di frenetica ripresa e profonda incertezza, che tende a censurare un vuoto interiore, chi ha la responsabilità del bene comune è chiamato a essere autorevole punto di riferimento con discorsi seri e azioni coerenti, con la saggezza di ricondurre le cose alle giuste dimensioni, di sorridere e di far sorridere», perché nell’epoca post-moderna occorre anche questo. I potenti del XXI sec. non brillano per lungimiranza, ma mons. Delpini suggerisce loro anche la virtù della gentilezza, precisando che «per gentilezza non intendo solo le “buone maniere”, ma quell’espressione della nobiltà d’animo in cui si possono riconoscere la mitezza, la mansuetudine, la finezza nell’apprezzare ogni cosa buona e bella, la fermezza nel reagire all’offesa e all’insulto con moderazione e pazienza». Da questa nobiltà deriva la capacità di comprendere i problemi reali delle persone.
L’arcivescovo denuncia: «si avverte che nella nostra società sono presenti persone e organizzazioni che disprezzano la vita umana», diffondendo la morte, la droga, l’usura e il crimine, incentivando a livello sociale il calo demografico, la violenza sulle donne e una legislazione individualista che ostacola la famiglia naturale.
Nell’omelia per la Messa solenne del 7 dicembre, nella basilica di S. Ambrogio, mons. Delpini inserisce questo discorso all’interno della parabola del Buon Pastore, dando anzitutto la parola al lupo: «io sono il principe di questa terra, nessuno può pascolare nella mia terra se non porta il marchio del padrone; io offro i pascoli migliori, divertimenti e ricchezze, ogni bene che è sotto il cielo. Perciò rapisco tutte le pecore, le seduco e le porto via». La sua seduzione, però, è una via di morte e vi si contrappone la voce del Pastore: «l’amore è un legame più forte della paura e della morte. Le mie pecore ascoltano la mia voce perché è voce amica, discreta che più che minacciare castighi, promette la pace, la gioia, la vita. Ascolteranno la mia voce non per disciplina che costringe, ma per attrattiva che convince, non con la prepotenza che conquista, ma con la pazienza che edifica». Si tratta, quindi, di scegliere (molto ignazianamente) a chi dare retta: nessuno, nella sua vita terrena, è esentato dal prendere partito.
La metafora evangelica è trasparente: per l’Occidente è ricominciato il tempo della semina paziente, in mezzo alle rovine create dai lupi. Nell’omelia per l’Immacolata, pronunciata in Duomo, l’arcivescovo conferma, di fronte ai sospetti insinuati dal serpente nella mente dei Progenitori e degli uomini a noi contemporanei, che «la vita è frutto del disegno d’amore della volontà di Dio. La vita è benedetta da Dio. La mia vita, questa nostra vita così fragile e tribolata non viene da una maledizione, da un castigo, ma da un progetto d’amore». Vale quindi la pena di spenderla per Dio e per gli altri. Mai come al giorno d’oggi «si cercano angeli per smascherare l’inganno del serpente e rivelare la benedizione di Dio sull’umanità».
Lunedì, 13 dicembre 2021






