Come ricorda l’arcivescovo nel corso del pellegrinaggio dei sacerdoti ambrosiani nei primi 5 anni di Messa, nel mondo di oggi siamo tutti, preti e laici, inviati essenzialmente per ri-evangelizzare i nostri contemporanei e costruire assieme ad essi una nuova civiltà cristiana
di Michele Brambilla
Come sua prassi, mons. Mario Delpini partecipa in prima persona al pellegrinaggio dei preti ambrosiani che si trovano nei primi 5 anni di sacerdozio. La meta quest’anno è la Puglia.
Il viaggio inizia il 14 febbraio per concludersi il 18. L’omelia più importante è pronunciata dall’arcivescovo milanese proprio il primo giorno, nella cattedrale di Trani. Prendendo ispirazione dalla festa dei SS. Cirillo e Metodio, grandi missionari e patroni d’Europa, mons. Delpini puntualizza: «“allora essi partirono”. “Allora”: non ogni tempo è propizio alla partenza, non ogni condizione spirituale permette di partire. Allora, non prima; “allora”», ovvero non nel momento migliore della “compagnia” che si era creata attorno al Maestro, ma quando gli Apostoli erano ridotti in undici, un numero dispari e quindi incompleto (le tribù d’Israele, germoglio del mondo redento, sono 12), e Gesù era asceso al Cielo.
Partirono non per cercare una maggiore prosperità economica, una maggiore stabilità politica, o come i mercanti e i turisti, sottolinea l’arcivescovo, ma «partirono perché mandati. Partirono per obbedienza» al comando di Cristo e «partirono per la missione», per la quale non sembravano molto preparati. «In realtà erano stati discepoli deludenti e inadeguati, ma partirono» lo stesso per portare il Vangelo in ogni angolo del mondo allora conosciuto, prendendo con sé la propria fragilità, il proprio pessimo carattere e le loro scarse conoscenze. Non erano, però, degli sprovveduti: erano degli inviati, e questo non fu mai messo in discussione, nemmeno quando litigavano fra loro.
Ci si può chiedere in che modo il Signore ci dice di partire anche oggi per la missione. «Alcuni erano intellettuali raffinati», come Giovanni, «altri erano uomini pratici», come Pietro, ma «la loro missione non era proporzionata alle loro qualità personali, bensì all’urgenza di portare un messaggio di Salvezza» a tutti gli uomini. E Gesù continuava ad agire assieme a loro. Questo non riguarda solo i sacerdoti, ma anche i laici, perché tutti i battezzati sono partecipi di questa dinamica missionaria.
La prima evangelizzazione ha prodotto frutti fino a noi. Elencando i patroni dell’Europa, mons. Delpini sottolinea che la prima evangelizzazione si è tradotta in una civiltà cristiana: «i patroni d’Europa attestano che i popoli europei hanno ricevuto la parola del Vangelo in una storia drammatica e hanno dato forma ad una civiltà, ad un umanesimo di cui anche noi siamo figli. Questi patroni d’Europa di incoraggiano: “questo è il tempo opportuno. Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura”», come è sempre stato.
La nostra missione non è altro che il proseguimento di quell’antico mandato missionario nella nostra quotidianità, nei nostri ambienti, nelle nostre città. L’esempio dei secoli passati non assicura un percorso semplice ed immediato (per arrivare a Carlo Magno e al Sacro Romano Impero ci vollero otto-nove secoli), ma anche il seme dei cattolici che vivono all’inizio del terzo millennio porterà frutto.
Lunedì, 21 febbraio 2022






