La croce di Cristo prende su di sé tutte le croci degli uomini, nel cui cuore continua ad albergare lo stesso Gesù
di Michele Brambilla
Viviamo ore nuovamente frenetiche. Se prima a spaventarci era il Covid-19, ora è il terrore dell’olocausto nucleare, conseguente alla guerra in Ucraina, a terrorizzare il pianeta e, specificamente, l’uomo occidentale.
Come richiesto dal Pontefice nel corso dell’udienza generale dello scorso 23 febbraio, il 2 marzo si tiene anche nel Duomo di Milano una preghiera speciale per la pace. Presiede lo stesso mons. Mario Delpini, che nell’omelia dice: «questo momento drammatico, questo tempo confuso, questa umanità smarrita, angosciata, indignata, spaventata domanda una parola che non sia solo convenzionale», e questa parola pregna di significato è nientemeno che la croce di Cristo. Chiede, infatti, l’arcivescovo: «che cosa dice il Crocifisso Gesù, di Nazaret?».
Una domanda posta, in mattinata, anche agli studenti del distaccamento cremonese dell’Università Cattolica, presso i quali era stato invitato a pronunciare una lectio magistralis: «la croce di Cristo, quale croce della liberazione dal peccato e dalla morte, esige la liberazione di tutte le croci frutto di morte e di peccato. La sequela di Cristo crocifisso non potrà mai essere accettazione passiva del male presente», che sia la pandemia o la guerra, perché «in un frammento di storia si è incarnato il Figlio di Dio, figlio, come si pensava del falegname, di Nazaret». Un presunto figlio di falegname che ha parlato come nessun’altro uomo, ma soprattutto ha fatto ciò che nessun altro uomo compierebbe spontaneamente: ha offerto Se stesso. «La parola della croce», ripete mons. Delpini, «annuncia l’essenziale del messaggio cristiano: l’uomo non è destinato al nulla, ma alla vita di Dio. Questa vita è un dono che Dio fa tramite Gesù: non è un “regalo”, è la grazia di una vita, di una via da percorrere. Gesù ha fatto della sua vita un dono, senza pretendere niente, un dono di sé fino alla fine. E insegna: io sono la via, la verità, la vita. Cioè se vuoi vivere, seguimi, fai della tua vita un dono, fino alla fine». Allora il mondo cambierà davvero.
L’arcivescovo, nella celebrazione serale in Duomo, ricorda che l’essere stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, in Dio Figlio, è sempre principio di rinascita. Gli uomini si lamentano: «ecco: l’umanità è ancora e sempre prepotente, cattiva, violenta, sanguinaria! Come è stato all’inizio, così è stato nei secoli, così anche oggi, in questo tempo di tecnologie onnipotenti, ancora l’umanità è assassina. No, non disperate dell’umanità. Considerate che in ogni uomo e in ogni donna c’è un principio invincibile, ogni persona è stata creata in Cristo, porta in sé l’immagine di Dio».
Allora, per superare davvero le sacche della storia, «è necessario invece un animo grande e sensibile, che sosta in preghiera per ascoltare lo Spirito che suggerisce le vie da percorrere e non solo i danni prevedibili e i vantaggi probabili», come fa l’homo oeconomicus, che si muove a seconda della convenienza del momento e, a volte, tende a presentarsi come “più realista del re”. Cristo c’è davvero per tutti: «viene dunque il momento del prendersi cura» della persona a 360°. Solo in questa prospettiva la solidarietà si trasforma in carità, il sentimento momentaneo in virtù teologale, che feconda nuovamente la Terra.
Lunedì, 7 marzo 2022






