La via per costruire, secondo la volontà del prossimo Sinodo dei vescovi, una Chiesa «unita, libera e lieta», come spiega l’arcivescovo parlando ai francescani
di Michele Brambilla
Mons. Mario Delpini firma, in data 13 marzo, una lettera a tutta l’arcidiocesi per chiedere e verificare come ci si stia avvicinando al Sinodo generale dei vescovi sulla sinodalità nella Chiesa. Riecheggiando il nome dei Gruppi Barnaba, che, su sua stessa indicazione, stanno raccogliendo notizie circa le “buone pratiche” del popolo ambrosiano, l’arcivescovo ripete che, «carissimi, siamo entrati così decisamente nel “tempo di Barnaba”, tempo nel quale individuare e sperimentare prototipi di percorsi sinodali praticabili, al fine di rendere anche la nostra Chiesa più “unita, libera e lieta”. Consapevoli, come ci ricorda papa Francesco, che scopo di un processo sinodale non è “produrre documenti, ma far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani” (Introduzione del Sinodo dei giovani, 3 ottobre 2018)».
In effetti, da più parti si denuncia il pericolo che il Sinodo sulla sinodalità, essendo stato convocato su una questione che appare aridamente procedurale e infarcita di linguaggio “ecclesialese”, appaia come qualcosa di astratto. Mons. Delpini cerca di cogliere il nocciolo della questione nell’omelia pronunciata il 16 marzo nel santuario di S. Pietro Martire in Seveso, dove si sta svolgendo la Conferenza dei ministri provinciali della Famiglia francescana, la vasta congregazione religiosa che porta avanti il carisma di san Francesco d’Assisi (1182-1226). Ai francescani di ogni obbedienza l’arcivescovo dice: «ciascuno può raccontare i risultati che ha conseguito. L’immenso bene compiuto sembra un giusto motivo di orgoglio. Possiamo rallegrarci, possiamo condividere la soddisfazione per i progetti realizzati, l’efficacia delle azioni, la popolarità che ci siamo meritati. Come Abramo: è stato abile, ha avuto successo. Può essere soddisfatto». Il sacerdote Melchisedek ricorda, però, ad Abramo la vera origine della sua prosperità: l’Alleanza con il Signore.
Il modo per non costruire “castelli di carte” è quindi ricordarsi che siamo popolo di Dio, consacrato da Cristo. Nonostante le difficoltà del nostro tempo e l’irrisione che circonda i credenti, «tu», osa dire mons. Delpini ad ogni singolo cattolico, «sei benedetto da Dio, cioè la tua vita, le tue imprese, i tuoi successi e i tuoi fallimenti non sono solo una cronaca di giorni che passano, non sono solo imprese di cui si può dire il guadagno, la perdita, il successo o il fallimento. Tu sei benedetto da Dio, quello che fai si scrive nel libro della vita, ogni aspetto della tua vita ha la profondità e l’altezza della storia della salvezza». La “perfetta letizia” francescana risiede proprio in questa consapevolezza. L’amarezza potrebbe indurci, ammette l’arcivescovo, a «chiuderci nel recinto rassicurante degli ambienti in cui ci sentiamo circondati da stima e sostenuti dalla condivisione delle idee e delle opere», mentre ci è richiesto di moltiplicare, invece, gli sforzi missionari in ogni ambiente, con l’umiltà di chi è libero dall’esito, ma si sa portatore della Verità su Dio e sull’uomo. «Possiamo quindi», sostiene mons. Delpini, «anche restare fedeli alla terra, questa terra tribolata e complicata, fedeli alla missione, questa missione contrastata e disprezzata. Anche in questa terra, in questo tempo Dio effonde la sua benedizione e noi siamo benedetti da Dio, in qualche modo siamo resi capaci di irradiare la gioia di Dio».
Lunedì, 21 marzo 2022






