La lettera di mons. Mario Delpini per la ripresa dei cammini vocazionali dopo la pandemia
di Michele Brambilla
Il 18 settembre si è celebrata a Milano la Giornata diocesana del Seminario, in un momento in cui solo 11 seminaristi hanno compiuto il rito della vestizione 10 giorni prima. La pandemia ha interrotto per due anni o reso molto più difficoltosi i cammini di discernimento vocazionale, che ora possono riprendere in tutta libertà fin dalle scuole medie.
Mons. Mario Delpini, nella consueta lettera all’arcidiocesi per la Giornata del Seminario, sceglie come paradigma la pagina dell’Annunciazione e, pensando a questi anni turbolenti, dice: «nella solitudine si affaccia una parola amica, un bussare discreto, la rivelazione della gioia. Nello smarrimento si accende una lampada che indica una via promettente. C’è un braccio forte che prende per mano e dà sicurezza per liberare dalla paralisi e rendere possibile riprendere il cammino».
Tutti coloro che percepiscono dentro di sé una vocazione di speciale consacrazione al Signore vivono l’esperienza di una chiamata che trasforma l’esistenza, dato che «la parola che chiama ad essere amici di Gesù e a seguirlo è una nuova rivelazione della verità di ogni uomo e di ogni donna», che rende ancora più uomini e ancora più donne. Tante volte si guarda ai consacrati come a persone che “mortificano” la loro umanità, mentre invece «se Gesù mi chiama mi rivela che sono prezioso ai suoi occhi: non è vero che non interesso a nessuno, Gesù mi vuole tra i suoi amici. Se Gesù mi rivolge la parola mi rivela che ha stima di me: non è vero che non valgo niente. Se Gesù mi coinvolge nella sua missione mi rivela che non si scandalizza dei miei peccati e delle mie fragilità».
A Dio piacciamo così come siamo. «La libertà si rivela nella sua bellezza, nel suo fascino, nella sua dignità altissima», specie quando le scelte toccano tutto l’essere della persona. «La parola che chiama abilita anche alla risposta, rende possibile dichiararsi pronti: eccomi! Non perfettamente preparati, ma fiduciosi; non presumendo di essere all’altezza, ma disponibili; non desiderosi di un ruolo, di un potere, di una posizione di prestigio, ma contenti a servire», ammonisce l’arcivescovo.
Allora «la storia di ogni ragazzo, adolescente, giovane che si affaccia ai percorsi vocazionali e al Seminario con il desiderio di diventare prete è un aiuto per tutti a intendere la vita come vocazione, ad avere stima di sé perché chiamati a servire» senza aver paura dei propri limiti. Il sorgere di una vocazione interpella gli altri parrocchiani e chiama in causa la pastorale locale nelle modalità in cui essa si sviluppa. «La Giornata per il Seminario è», quindi, «l’occasione che nessuna comunità deve perdere: l’emergenza educativa ha bisogno di molte attenzioni, ma solo la rivelazione che la vita è una vocazione può distogliere dalla solitudine ostinata, dalla sfiducia in sé e nel mondo, dal considerare se stessi uno scarto di cui non c’è bisogno sulla terra», insiste mons. Delpini. Comprendendo tra le vocazioni il matrimonio (anch’esso in crisi), l’arcivescovo rimarca che «i seminaristi e tutti i consacrati e le consacrate, gli uomini e le donne sposati nel Signore, testimoniano alle nostre comunità una visione della vita che ne rivela il significato e il valore». Si dona solo chi comprende di aver ricevuto, a sua volta, un dono immenso. L’instabilità delle famiglie e l’individualismo edonistico dell’intera società minano la tenacia delle vocazioni sacerdotali. La crisi vocazionale si risolve, ancora una volta, ricostruendo ambienti solidi e soprattutto stabili, che trasmettano la Fede cattolica senza tentennamenti o compromessi mondani.
Lunedì, 19 settembre 2022






