Per la prima volta la Veglia diocesana del lavoro è preparata anche dall’ufficio di Pastorale giovanile. Per parlare ai giovani non bisogna, infatti, imitare i loro presunti gusti liturgici o teologici, ma intercettare le loro domande autentiche
di Michele Brambilla
In vista della festa laica del 1 maggio mons. Mario Delpini unisce la tradizionale Veglia dei lavoratori cattolici ad un convegno, patrocinato per la prima volta anche dalla Pastorale giovanile, sulle reali condizioni di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Una collaborazione molto importante, che illumina le prospettive verso le quali si sta muovendo la pastorale diocesana. Molto spesso nelle parrocchie si pensa, infatti, di parlare ai giovani utilizzando, anzitutto nella liturgia, modi e forme che si presumono di loro gradimento. In realtà, bisogna che gli uomini di Chiesa tornino a dire qualcosa sui temi che stanno loro a cuore.
E’ quello che si cerca di realizzare il 19 aprile alla Cascina Triulza. Accanto all’arcivescovo ci sono diversi altri relatori. In particolare la sociologa dell’Università Cattolica Ivana Pais mette da parte le polemiche sui giovani “schizzinosi” per osservare che «i pochi dati di ricerca raccontano, però, una storia diversa: gran parte dei giovani ha lasciato, non perché ha disinvestito, ma perché ha cercato un senso anche nell’occupazione e il momento di pausa ha portato a decidere di fare un passo in un percorso diverso» che ne esprimesse maggiormente la personalità. Anche le forme di protesta si sono divaricate: raramente i giovani partecipano alle adunate sindacali o agli scioperi “tradizionali”.
Esiste quindi una ricerca, da parte dei giovani, di un significato in quello che fanno, ma è in atto anche una deriva che vede gli stessi giovani rifiutare l’ascolto o l’aiuto degli “adulti”. Pais trova significativo che «gli utenti chiedono di poter avere psicologi giovani, perché sono convinti che solo un giovane ne possa capire un altro. E questo dice tanto sul rapporto intergenerazionale»: gli adulti non sono considerati autorevoli, sia per il cattivo esempio che danno, sia per il pregiudizio ideologico che i cascami del Sessantotto fanno ancora pesare sull’idea stessa di “tradizione” o la figura paterna.
Mons. Delpini si chiede, guardando i tanti segni di disagio giovanile riscontrabili in Lombardia, «da dove viene quell’istinto a sfogare la rabbia fino a far del male a se stessi e fino a far del male alle persone vicine e fino a rovinare l’ambiente, le cose, i muri del nostro vivere quotidiano». La risposta è che non si presta sufficiente ascolto a quella Voce che, sopra tutti, ci ricorda che la vita è sacra e pervasa, in ogni momento, da una vocazione. «La vita è promettente non perché sia facile, ma perché può essere vissuta per amore; non perché corrisponda alle aspettative, ma perché ogni situazione può essere interpretata come occasione propizia per amare», insiste, e anche le critiche, così facili ai nostri tempi, devono servire a costruire il bene comune. Ai giovani «io dirò dell’alleanza che pretende la stima reciproca, l’ascolto delle ragioni degli altri, la franchezza nel dire le proprie ragioni» senza disprezzare le generazioni precedenti. Non a caso ad essere elogiata è la Scuola di restauro di Botticino, in provincia di Brescia, visitata poco prima dall’arcivescovo assieme ad una delegazione di giovani diocesani: rappresenta un modello di collaborazione virtuosa tra studiosi di varia età ed estrazione, allo scopo di custodire e trasmettere quella che forse è la più lampante e cospicua eredità dei nostri padri nella fede, ovvero il patrimonio storico-artistico.
Lunedì, 24 aprile 2023






