L’arcivescovo denuncia ancora una volta la tendenza all’omologazione al pensiero dominante, descritto in maniera molto incisiva. I cattolici si devono preoccupare di piacere anzitutto a Dio
di Michele Brambilla
L’omelia pronunciata da mons. Mario Delpini durante la visita pastorale a Barlassina, il 27 agosto, merita più di un’attenzione perché l’arcivescovo, prendendo spunto dalla liturgia del giorno, vi spiega che «il giorno cattivo è il momento in cui la fedeltà alla legge di Dio viene perseguitato come pericoloso e punito come un reato». Rincarando la dose, dice che «forse anche il momento in cui si impone il pensiero unico è un giorno cattivo: quando nella persuasione di difendere la massima libertà si impone la censura o si circonda di disprezzo o si proibisce come offensivo per gli altri ogni convinzione che contrasti con il pensiero unico», come accade al giorno d’oggi. Il cattolico, rimprovera mons. Delpini, dovrebbe essere capace di resistere alle lusinghe mondane, invece troppo spesso le asseconda, tentando per di più di appiattire il pensiero della Chiesa.
Si tratta della descrizione più efficace della situazione attuale mai uscita dalla bocca di un vescovo appartenente a questa generazione episcopale, scarsa di autentico genio teologico ed analitico rispetto alla caratura espressa dai propri immediati predecessori. Predecessori che, per quanto concerne Milano, vengono ricordati in Duomo il 30 agosto, memoria liturgica del beato Alfredo Ildefonso Schuster. L’omelia della Messa, presieduta anch’essa da mons. Delpini, evidenzia che «l’apostolo Paolo si trova talvolta costretto a fare l’apologia del suo comportamento e del suo ministero. Si intuisce che il suo apostolato era oggetto di accuse, di insinuazioni che circolavano nelle comunità cristiane». Ai nemici esterni, già nel I secolo d.C. si affiancavano le mormorazioni interne. Divenendo un po’ autobiografico (si pensi alle polemiche attorno all’omelia per Silvio Berlusconi), l’arcivescovo denuncia che «ci sono di quelli che non ascoltano le omelie per farsi convertire, consolare o istruire, ma per verificare che il predicatore dica quello che loro pensano o si aspettano, e talvolta interpretano in maniera un po’ arbitraria le parole dell’apostolo per trovarle inaccettabili».
San Paolo nella Prima lettera ai Tessalonicesi chiama a testimone il Signore, che nonostante le nostre manchevolezze continua a scegliere uomini che lo annuncino «non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio», come sottolinea mons. Delpini. Parlando della predicazione a noi contemporanea, l’arcivescovo descrive due pericoli: quello di «cercare il consenso» inseguendo le mode e quello di limitarsi a ripetere «le cose di una volta per essere accettato» da coloro che si sono arbitrariamente auto-investiti del compito di difendere la “tradizione”.
In realtà, il vero filo conduttore dell’azione pastorale è la consegna della propria vita, un amore totale nel nome di Cristo, «perché ci siete diventati cari». Il vescovo non cerca il suo interesse, ha a cuore anzitutto la salvezza del suo gregge. «L’unica ragione del mio ministero è giovare a voi, annunciandovi il Vangelo di Dio», ripete mons. Delpini parafrasando san Paolo. Dall’epistolario paolino possiamo allora ricavare dei parametri sicuri per valutare il nostro stesso comportamento all’interno della comunità cristiana.
Lunedì, 4 settembre 2023






