Vivere e difendere la vita come dono: questo l’impegno che struttura la lettera pastorale 2023 di mons. Mario Delpini, il quale insiste a richiamare i cattolici, in particolare i giovani, al dovere di distinguersi dalla mentalità contemporanea
di Michele Brambilla
La mattina dell’8 settembre mons. Mario Delpini presiede in Duomo la Messa solenne della Natività di Maria. Contestualmente esce in libreria la lettera pastorale dell’anno 2023/24, intitolata Viviamo di una vita ricevuta. Un titolo impegnativo, che permette di adombrare già i diversi risvolti bioetici del tema scelto per l’anno pastorale. Ad ogni modo, «la mia intenzione non è di proporre una sintesi dottrinale su temi delicati e complessi. Desidero piuttosto mettere in evidenza il principio fondamentale del vivere e il punto di partenza per le scelte alle quali la responsabilità di ciascuno non può sottrarsi», specie se si è cattolici. In maniera ancora più esplicita, «credo che vivere la fede come amicizia, sequela, comunione con Gesù sia la condizione per riconoscere di vivere una vita ricevuta in dono e costituisca l’antidoto più necessario per resistere alla tentazione dell’individualismo radicale che, a mio parere, sta portando al suicidio della nostra civiltà», come si vede proprio nei tentativi continui di legiferare contro la legge naturale e, quindi, a detrimento del diritto alla vita.
Personalmente, «richiamo tutti alla vigilanza, alla lucidità, alla fortezza per evitare di essere reticenti, intimoriti o arroganti in un contesto caratterizzato da opinioni diffuse che confondono il pensiero, le parole, le proposte in ambito educativo e pastorale», dato che anche nella Chiesa ci sono ambienti che, su questi argomenti, giocano “al ribasso”. L’arcivescovo non nasconde che «nel contesto in cui viviamo, la proposta cristiana può essere considerata come una sorta di stranezza d’altri tempi, può essere disprezzata come ridicola, può essere intesa come la pretesa di giudicare, come una invadenza fastidiosa»: i cattolici autentici «sentono però la responsabilità di essere originali e di avere una parola da dire a chi vuole ascoltare».
Anche i giovani devono essere educati a questa “diversità”, perché «il discorso di Gesù chiama alla fede e la fede non si riduce a una convinzione, ma è la relazione di cui viviamo» impregnando ogni aspetto del vivere, mentre troppo spesso negli oratori si favorisce un’adesione meramente “sentimentale” al Cattolicesimo che mantiene i diversi ambiti di vita rigorosamente separati. Venendo proprio agli aspetti più delicati, «la comunità cristiana deve assumere la responsabilità di educare all’amore in tutte le dimensioni affettive, sentimentali, sessuali. La proposta educativa cristiana è chiamata ad offrire l’esemplarità di persone adulte, uomini e donne che sanno amare e accompagnare i ragazzi e le ragazze nell’imparare ad amare».
In proposito, mons. Delpini non esita a dire che occorre «creare contesti di libertà che resistano alla “colonizzazione culturale” che impone la banalità dei luoghi comuni, la riduzione della relazione ai rapporti sessuali, la rassegnazione all’incontrollabilità dei sentimenti, delle passioni, delle pulsioni». «La frettolosa etichetta di “omosessuale”, “eterosessuale” mortifica la dinamica relazionale e tende a ridurla a una “pratica sessuale”. In questo ambito la comunità cristiana è chiamata oggi a una riflessione attenta, a un confronto rispettoso e paziente, e insieme ad offrire forme di accompagnamento adeguato» fino a ricordare che «la fedeltà nell’amore si esprime nella vita coniugale e nella vita consacrata, nel celibato e nella verginità».
Lunedì, 11 settembre 2023






