La misericordia ricevuta diventa confessio laudis, lode a Dio che profuma tutta la vita e ci rende missionari
di Michele Brambilla
Grande commozione a S. Siro quando i 50.000 cresimandi, con i loro genitori, padrini ed educatori, hanno intonato il canto Tu sei bellezza, mentre dai maxischermi dello stadio veniva proiettata la parola “pace”. Nella sua omelia, mons. Mario Delpini ha citato il Vangelo quaresimale della samaritana. «Gesù alla donna samaritana rivela di avere un’acqua misteriosa: chi berrà l’acqua che io gli darò, non avrà più sente in eterno. Anzi l’acqua che io gli darò diventerà un lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14). Questa sorgente di acqua per la vita eterna è lo Spirito Santo che viene donato da Gesù e dal Padre nel Battesimo e confermato nella Cresima», affinché avvenga la trasformazione interiore di tutti coloro che si professano cattolici.
Dalla presenza sacramentale di Cristo scaturisce, quindi, una gioia irrefrenabile, missionaria. La sera del Lunedì Santo (25 marzo) mons. Delpini descrive proprio questa dinamica agli adulti che gremiscono il Duomo per la prima celebrazione penitenziale diocesana “offerta” dall’arcivescovo a tutti i laici cattolici, così come è ormai consuetudine per i sacerdoti. Mons. Delpini invita a riflettere attentamente sul «pentimento, la misericordia che dobbiamo contemplare come rivelazione di Dio, e ciò che dobbiamo avvertire come sensibilità ecclesiale, cioè che tutta la Chiesa è chiamata a rallegrarsi, perché i peccatori sono perdonati». Nella Penitenza si incrociano «la gioia di Dio perché ci può perdonare» e quella dell’uomo perdonato, che ora, restituito alla Grazia, ha un motivo in più per testimoniare nel mondo la bontà del Signore.
La sottolineatura che l’arcivescovo fa della Confessione non è estemporanea, dato che il 28 marzo, durante la Messa crismale, oltre a vidimare il nuovo Messale Ambrosiano, fa distribuire ai sacerdoti una lettera specificamente dedicata al sacramento della Penitenza. La lettera, intitolata Ci sarà gioia in cielo, prende in esame il fatto che «a quanto mi risulta molti battezzati non “si confessano” per molti anni» e le motivazioni sono da ricercare nella mentalità creata dalla cultura dominante, per la quale non esistono peccati, al massimo “errori” per i quali è superfluo chiedere perdono. «A quanto mi risulta molti battezzati non si confessano per un pentimento che invoca il perdono di Dio e la riconciliazione con la Chiesa. Cercano piuttosto qualcuno che li ascolti», dice infatti mons. Delpini. Tanti non guardano alle proprie colpe con categorie religiose e «si accontentano del sollievo di qualche buona parola di consolazione» in una situazione interiore che rimane di grande prostrazione psicologica. L’arcivescovo denuncia anche che «la comunione ecclesiale, nella sua pratica comunitaria, risulta spesso non integrata come componente essenziale della esperienza di fede del penitente che chiede il perdono dei suoi peccati».
Allora è bene ribadire che «è nostro compito aiutare i cristiani a comprendere che il Vangelo di Gesù Cristo richiede uno stile di vita preciso e che non ogni azione possibile è conforme al Vangelo». La mediazione ecclesiale non si riduce al solo sacerdote confessore, perché «il singolo colloquio penitenziale è decisivo ma non può esaurire il cammino di crescita nella fede, che richiede necessariamente un contesto comunitario. Un primo livello è dato dalla predicazione domenicale, che non dovrebbe censurare il confronto con le tematiche morali». Si comprende come rimanga, quindi, determinante la formazione sia dei sacerdoti che dei laici.
Lunedì, primo aprile 2024






