I ragazzi di oggi hanno bisogno di un incontro vivo con Cristo per uscire dalla cappa di conformismo che altera la stessa percezione della comunità cristiana
di Michele Brambilla
Il 5 aprile viene presentata in Università Cattolica una ricerca sociologica sul vissuto religioso dei giovani che non vanno più in chiesa e quel che ne emerge è una sostanziale omologazione dei pensieri, anche in chi si dice cattolico, ai desiderata della mentalità dominante. Ciò che è secondario, o addirittura contrario alla morale cristiana, è portato in primo piano e si pretende che sia la Chiesa ad adeguarsi. Questo significa che il messaggio cattolico non è più percepito a partire dai suoi fondamentali, ma lo si pre-giudica sulla base di presunte priorità molto superficiali. Significa anche che bisogna ripartire da capo, dai preamboli della fede, come diciamo anche noi di Alleanza Cattolica.
Si capisce, allora, perché, all’inizio della celebrazione del 2 aprile in S. Pietro per i ragazzi delle medie ambrosiani, mons. Mario Delpini evidenzia che «siamo qui per una professione di fede che vogliamo cominciare con il gesto ordinario, ma molto impegnativo, del segno della croce che si fa con la mano destra. Questo segno professa la nostra fede nella Trinità e avvolge tutto il corpo. Impariamo a farlo bene». Sembra banale, ma non lo è affatto, e i ragazzi lo riconoscono. Si riporta, infatti, la testimonianza di un tredicenne di Marcallo con Casone, per il quale il segno della Croce è «un gesto che faccio sempre, invece ho capito che è importante e devo viverlo meglio».
L’omelia dell’arcivescovo rimette al centro le domande più profonde dell’essere umano. «Le paure abitano nelle case di tutti e in ogni parte della città e della vita. Nelle vite dei ragazzi e delle ragazze, nelle vite dei vecchi, nelle vite dei prepotenti e dei deboli, dei poveri e dei ricchi, dei personaggi famosi e invidiati e della gente qualsiasi», arriva sempre il momento nel quale si deve ammettere la propria fragilità. Ci viene incontro un Dio che non offre soluzioni facili, dato che non evita la croce, dalla quale vorrebbero scappare persino i suoi discepoli. Mons. Delpini ricorda ai presenti che siedono «nella basilica di san Pietro. Pietro, il pescatore di Galilea che ha seguito Gesù, è venuto fino a Roma per annunciare che Gesù è risorto e dà vita a un mondo nuovo. Ma qui a Roma Pietro ha avuto paura. Si dice che abbia intuito le minacce dei potenti. Perciò – dicono – ha pensato di lasciare Roma e ha preso la Via Appia antica per fuggire la paura. Ma là sulla strada ha incontrato Gesù. Pietro ha chiesto: Domine, quo vadis? E Gesù: Vengo qui per essere di nuovo crocifisso». Allora Pietro «è tornato, è stato catturato, crocifisso e sepolto in questo luogo in cui stiamo celebrando»: il seme non ha avuto paura di dare molto frutto.
Non è vero, quindi, che siamo abbandonati “nudi alla meta”. «Nell’incontro con Gesù riceviamo lo Spirito Santo (battesimo e cresima): siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza (Cfr 1Cor 1,4-9). Hai una missione da compiere» e sei stato dotato di tutto il necessario. Non siamo soli, siamo quotidianamente chiamati a fare memoria del fatto che «nell’incontro con Gesù si rivela che la vita non va a finire nella morte, ma nella gloria. Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato (At 4,10)».
Lunedì, 8 aprile 2024






