Il cammino sinodale della Chiesa a partire dai documenti del Concilio Vaticano II
di Michele Brambilla
Il 17 aprile il Cinema Palestrina, di proprietà della parrocchia milanese del SS. Redentore e dedicato al celebre musicista rinascimentale Pierluigi da Palestrina (1525-94), ospita un incontro intitolato Pellegrini di speranza. A tema l’immagine “sinodale” della Chiesa, su cui si sta insistendo molto a livello ecclesiale. Viene invitato a parlare mons. Mario Delpini assieme ad alcuni teologi importanti nell’area milanese, come mons. Ivano Valagussa e padre Giacomo Costa SJ. Con loro anche il vicario della Zona I, mons. Giuseppe Vegezzi, e il moderatore della Curia, mons. Carlo Azzimonti.
Il dialogo a più voci parte dalla costituzione Gaudium et Spes, del Concilio Vaticano II (1962-65), per giungere all’Evangelii gaudium e alla Laudato sì di Papa Francesco. Lo scopo è mostrare come il cammino intrapreso dalla Chiesa in questi anni si radichi proprio nella teologia del ventunesimo concilio ecumenico. «Occorre essere coscienti che c’è oggi una distanza storica dai tempi del concilio, per cui non è tanto importante, ormai, ripetere e riprendere la lettera del testo conciliare, ma rileggerlo riappropriandoci del dinamismo che Gaudium et Spes (GS) vuole suggerirci», chiosa però padre Costa.
Cita anche il famoso invito a scrutare i segni dei tempi, ma precisa che si tratta di considerare «le grandi tendenze, pur nella confusione della complessità degli eventi», senza temere di parlare di peccato e indicando come unico vero modello di umanità pienamente riuscita il Signore Gesù. Ma chi e come deve attuare il discernimento necessario in questa direzione? Il teologo gesuita riconosce che «questa è una delle grandi esitazioni presenti nella costituzione, perché non si sa bene come mettere insieme la gerarchia e il popolo di Dio, i sacerdoti e il laicato. Cosa che, invece, è a tema nel Sinodo di oggi come richiamo alla partecipazione di tutti al servizio di responsabilità». L’attuale Sinodo sulla sinodalità avrebbe, quindi, al suo centro una chiarificazione dell’ecclesiologia.
Mons. Delpini prova a descrivere i “pellegrini”, ovvero i cattolici chiamati ad attraversare questa trasformazione “sinodale”: essi «sono partiti pieni di speranza, ma forse a un certo punto si sono stancati, per una strada che non si riconosce più, per dei segnali non facilmente leggibili, per una compagnia non sempre rassicurante. I pellegrini hanno sentito venire meno l’entusiasmo, passando tra paesi indifferenti o addirittura ostili proprio a questi pellegrini stanchi e con i sandali consumati». La difficoltà del cammino non spinge, però, alla resa: i pellegrini intuiscono che «proseguire in luoghi aspri e inospitali aveva delle buone regioni, tanto da convincere anche altri» a proseguire nell’impresa.
«Penso che l’immagine di un popolo pellegrino, non guidato dalla presunzione del protagonismo, ma dalla docilità della sequela, può fare interpretare bene la Gaudium et Spes come principio per capire il tempo in cui viviamo», dice l’arcivescovo. Questo è un «tempo in cui possiamo leggere gli indizi con il desiderio di imparare un’altra lingua per capire il paese che si attraversa, con i tratti di una sete che cerca la sorgente, il viandante misterioso, il compagno di viaggio che fa ardere il cuore e convince a non fermarsi». I nostri contemporanei, infatti, non sono del tutto impermeabili al Vangelo: attendono solo che venga spiegato con il loro alfabeto. La Chiesa è chiamata ancora un volta, come i missionari gesuiti del Cinquecento, a progettare una pastorale di adattamento.
Lunedì, 22 aprile 2024






