Gesù, il miracolo di Betzatà e un’umanità che preferisce razzolare nel pollaio del materialismo
di Michele Brambilla
Il 23 aprile a Desio, città natale del servo di Dio mons. Luigi Giussani (1922-2005), di cui mons. Mario Delpini sta per avviare una nuova fase del processo di beatificazione, la cosiddetta “fase testimoniale”, si celebra la Veglia diocesana dei lavoratori con l’arcivescovo, in preparazione alla festa di S. Giuseppe lavoratore, coincidente con il 1 maggio laico.
Nell’omelia mons. Delpini simboleggia la condizione del lavoro in Italia con un apologo. «Mia nonna aveva un pollaio domestico, come si usava al mio paese. C’era una ciotola sola per il mangime e le galline accorrevano festose e insieme aggressive. Era un pollaio della competitività. Quando poi mio zio prese in mano le cose, pensò che con queste galline si poteva fare qualche affare. Perciò impiantò un grande allevamento di polli», che si trasformò nella fiera dell’efficienza indifferente ai bisogni sia degli animali che, evidentemente, degli uomini. Lo zio preparò, così, il suo insuccesso.
Non si tratta, ovviamente, di episodi reali accaduti nella famiglia Delpini di Jerago con Orago, bensì di una favola amara che ha come protagonisti una nonna, uno zio e un figlio narratore generici, immagine di una famiglia di imprenditori alle prese con le traversie di questo inizio secolo XXI, che cercano di risolvere utilizzando schemi meramente umani.
L’arcivescovo passa, senza quasi soluzione di continuità, a commentare il miracolo che Gesù compì per un paralitico che subiva gli effetti della “logica competitiva” a bordo della piscina di Betzatà, a Gerusalemme, dove tutti erano più rapidi di lui a tuffarsi nelle acque per avere la guarigione (Gv 5,1-18). «Possiamo immaginare che Gesù entri sotto il portico della piscina Betzatà, in cui c’erano molti infermi, e ascolti il paralitico che dichiara di trovarsi come in un pollaio della competitività. Forse, per stare nell’immagine, Gesù entra nel pollaio e trasforma le galline in colombe che volano libere in cielo, che portano messaggi di pace, che affrontano con mitezza la vita, che portano vicino alle case degli uomini un segno di eleganza, di prossimità semplice», dice l’arcivescovo.
In poche parole, è evidente a tutti che ci troviamo in una società in cui tante persone sono trattate come il pollame in batteria, o ragionano esse stesse come dei polli, quando il Signore ci ha creato per essere aquile, che «volano e invitano a guardare in alto. Volano e si nutrono cercando da sé quello di cui hanno bisogno, senza pretese, senza rubare niente a nessuno. Volano e cantano quando è il tempo dell’amore come per dire che non sono fatte per vivere sole o per pensare solo a se stesse. Signore, donaci di vivere in pienezza. Insegnaci a volare», prega mons. Delpini.
Il 24 aprile l’arcivescovo parla anche ad un convegno all’Istituto dei tumori di Milano e formula un nuovo appello contro il materialismo. «Contro il pregiudizio moderno che dice che “l’importante è la salute”, Gesù rivela», infatti, «che il bene dell’uomo non è solo un corpo sano, ma è vivere di una speranza, di una visione della vita meno banale di quella che insegue la salute a ogni costo e pretende la guarigione anche oltre il possibile». La stessa scienza riconosce che medicina del corpo e dello spirito non sono disgiunte, che «spiritualità e salute non sono due prodotti che si vendono in negozi diversi: l’ospedale e il tempio. Si tratta invece di un realistico prendersi cura della persona» nella sua integrità.
Lunedì, 29 aprile 2024






