Non è solo la biografia del card. Martini, ma è tutta la visione delle cose corrente che richiede il recupero di una lettura autenticamente cattolica
di Michele Brambilla
«Salvare la figura del cardinale Martini dalla banalità»: così il 27 aprile mons. Mario Delpini ha introdotto il convegno di presentazione del volume dell’opera omnia del card. Carlo Maria Martini dedicato ai testi dell’episcopato milanese (1980-2002). L’arcivescovo ha detto, senza giri di parole, che «in questi anni il cardinale Martini è sempre citato come riferimento per tanti discorsi, ma qualche volta ho l’impressione che il suo messaggio, l’intensità della sua lettura della Parola, della situazione milanese, italiana, europea, della situazione della Chiesa cattolica e delle Chiese separate, delle altre religioni – tutta questa ricchezza straordinaria di cultura e di interpretazione – sia ricordata con banalità» a partire da due citazioni molto abusate.
La prima è l’osservazione, molto discussa e discutibile, che «la Chiesa sia indietro di 200 anni». «Indietro a chi e rispetto a che cosa?», chiede a bruciapelo mons. Delpini, che personalmente non condivide l’idea che la Chiesa debba sempre inchinarsi al mondo. L’altra frase è: «La differenza non è tra credenti e non, ma tra pensanti e non pensanti», usata spesso per giustificare il relativismo e tacciare i cattolici fedeli al Magistero di fideismo.
Il relatore principale del convegno, l’arcivescovo di Torino mons. Roberto Repole, concorda con mons. Delpini nell’individuare come fondante, nel magistero del card. Martini, la dimensione contemplativa della vita così come enunciata nella sua prima lettera pastorale. «Dobbiamo ripartire da Dio, anche nelle nostre Chiese, non dando per scontato che Dio oggi sia il centro. Mi sembra che l’invito di Martini sia a recuperare i fondamenti del cristianesimo, anche rispetto a coloro che riteniamo vicini. Proprio perché questo non è più scontato e credere che, invece, lo sia è una delle grandi miopie della nostra prassi ecclesiale», evidenzia mons. Repole, «anche perché non possiamo disattendere la profonda sete di Cristo e di Vangelo di oggi quando diamo, talvolta, l’impressione del dejà vu, continuando a presentarci come una religione per bambini. Noi oggi vediamo gli effetti del neopaganesimo, della post modernità e del pensiero debole di cui parlava Martini, perché ormai sono nell’aria che respiriamo».
Uno dei principali collaboratori del card. Martini sul fronte della cultura fu mons. Giovanni Battista Balconi (1939-2024; nella foto tra i suoi compaesani di Bernareggio), morto di anzianità e malattia proprio in contemporanea al convegno. Lo ricordiamo anche perché, negli anni in cui fu responsabile del Coordinamento dei centri culturali cattolici dell’arcidiocesi (2001-2015), seguì con simpatia le vicende del giornalino Cuore d’Europa, espressione della Comunità di Destino fondata dal nostro militante Enzo Peserico (1959-2008).
Nell’omelia dei funerali, svoltisi in Duomo il 29 aprile, mons. Delpini è tornato più volte sull’eccedenza del sacerdozio. «È come se la vita di un prete», ha infatti detto l’arcivescovo, «fosse animata dalla dinamica dell’eppure», ovvero quella presenza dell’opera di Dio che supera le insufficienze personali e comunitarie per far risplendere Cristo, lo Sposo, nella Sposa, la Chiesa. Non si comprenderà mai nulla del card. Martini, di mons. Balconi e della storia della Chiesa, per non parlare delle stesse vicende umane, se non si recupererà questo sguardo profondamente teologale.
Lunedì, 6 maggio 2024






