Dal processo di beatificazione di mons. Luigi Giussani al Meeting chierichetti in Duomo, sono tanti gli appuntamenti in cui l’arcivescovo richiama la Chiesa a rimanere fedele alle sue sante radici, da cui scaturisce ogni autentico carisma
di Michele Brambilla
Presiedendo in S. Ambrogio l’atto con il quale il processo di beatificazione di mons. Luigi Giussani, fondatore della Fraternità di Comunione e Liberazione, entra nella fase testimoniale, con il vaglio delle testimonianze dei conoscenti, mons. Mario Delpini esorta i cattolici a mantenersi «uniti e tutta la nostra Chiesa si senta convocata dal bene fatto, superando anche fatiche, talvolta, sofferte con asprezza. Uniti nel riconoscere ciò che abbiamo ricevuto, vogliamo accogliere questa grazia e che la gioia prevalga su ogni esitazione».
Non è più il tempo della divisione tra parrocchie e movimenti, tantomeno è il caso di dividersi attorno ad altri argomenti: bisogna invece esultare, perché «la Chiesa, nella sua verità antica, ha avuto un nuovo splendore», che ci sprona ulteriormente ad agire come missionari tra i nostri contemporanei. Non c’è carisma autentico che non si radichi nella tradizione ecclesiale, e le radici della Chiesa fioriscono quotidianamente.
Non parla solo ai suoi diocesani di Milano. Mons. Delpini è chiamato, sabato 11 maggio, a celebrare una Messa nel Duomo di Faenza nell’anniversario dell’alluvione del 2023. Nell’omelia sottolinea che i primi discepoli del Signore «stavano insieme, perseveranti e concordi nella preghiera»: è un nuovo richiamo al principio e fondamento del nostro stare nella Chiesa. Il principio ecclesiale fa un tutt’uno con il principio mariano. «Forse la Madre insegna a pregare. La Beata Vergine della Grazie ha saputo unire la città in tanti momenti della storia. Sapranno i giovani e gli anziani di Faenza vivere uniti e concordi nella preghiera? Maria è ancora qui a convocarci tutti, con l’attrattiva della maternità che genera» vita anche dove ha regnato la morte, come nelle terre alluvionate.
Nel pomeriggio dell’11 maggio mons. Delpini è atteso nel Duomo di Milano per il “Meeting chierichetti”, ovvero il raduno di tutti i ministranti dell’arcidiocesi. L’omelia prende le mosse dalla pagina di Vangelo in cui «Gesù legge le profezie, dice che si sono avverate e i suoi compaesani non gli hanno creduto». «E mi dispiace quando viene letto un Vangelo bellissimo e quelli che sono lì, persino i chierichetti e le chierichette, non ascoltano, non capiscono. Mi dispiace. Quante grazie sprecate», esclama l’arcivescovo.
Come si fa ad accogliere, allora, Gesù, senza correre il rischio di cacciarlo? Per esempio, pregando mentre compio ogni singolo gesto della liturgia. Per esempio, «quando mi siedo, dico “Parlami, parlami Gesù!”», perché è Lui la Parola della Vita. E «quando mi alzo in piedi “Eccomi!”. Questa è la parola che dobbiamo dire perché quando mi alzo sono pronto a fare il servizio» che mi è stato indicato.
Ma ci sono momenti in cui mettersi in ginocchio. Certamente alla Consacrazione. Nel momento in cui si consacrano in pane e il vino, che diventano Corpo e Sangue di Cristo, si possono ripetere interiormente le parole dell’apostolo san Tommaso quando ha incontrato il Risorto, «mio Signore e mio Dio». L’incontro con Gesù non può essere tenuto per noi: ci rialziamo subito per gridare la nostra fede e, soprattutto, farne una civiltà.
Lunedì, 13 maggio 2024






