Il tema della pace pervade la Festa dei Fiori in Seminario e un convegno allo IULM. Di fronte alla logica della guerra bisogna riscoprire la fede e il buon senso dell’uomo comune
di Michele Brambilla
A tenere banco, durante la Festa dei Fiori nel Seminario Arcivescovile, il 14 maggio, sono le parole del patriarca latino di Gerusalemme, il card. Pierbattista Pizzaballa, che parla di «una situazione molto difficile e pesante dal punto di vista sociale e umanitario, per gli ormai sette mesi di guerra», caratterizzati da episodi di odio così radicale da non avere molti precedenti persino nel lungo conflitto israelo-palestinese. «Così si stanno segnando in maniera, non voglio dire irreversibile, ma molto profonda i rapporti tra israeliani e palestinesi», prosegue addolorato il patriarca, che vede minare ogni giorno la possibilità di una convivenza futura.
Mons. Mario Delpini commenta ricordando che «nel presbiterio diocesano c’è gente che vuole molto bene alla Terra Santa e che spera di tornarvi. Di fronte alla situazione descritta che ci spezza il cuore, credo che i preti possano offrire solo il nostro essere uomini di pace, che pregano per la pace in questa Babele in cui prevalgono spesso parole che non possono essere coerenti con il Vangelo». Nell’omelia della Messa nella basilica del Seminario l’arcivescovo insiste sulla “forza” del prete e del cattolico “qualunque”: gli stessi Apostoli erano «gente di cui non si sa nulla, gente che non ha mai fatto niente che meriti attenzione, uomini che non hanno mai fatto un discorso memorabile. Rappresentano i preti e i vescovi qualsiasi, quelli che hanno incarichi qualsiasi, quelli che non scrivono libri, non sono citati in eventi pubblici. Gli uomini qualsiasi sono quelli chiamati da Gesù», ma sono proprio costoro che, nascostamente, cambiano la storia.
Mons. Delpini tratta questi argomenti anche ad un convegno organizzato dalla Pastorale universitaria presso lo IULM di Milano e intitolato La pace è un’utopia?. Sicuramente, dice l’arcivescovo, «la pace è stata cacciata ed è cominciato l’inferno», ma «io credo che la pace sia alle nostre porte, ma che qualcuno debba farla entrare» nelle stanze in cui il ricorso alle armi è tornato ad essere, dopo decenni, un’opzione “ragionevole” anche in Europa. In fin dei conti, la pace personificata è latrice di quel “senso comune”, tipico dell’uomo senza altri aggettivi, che si è smarrito dando credito agli assiomi ideologici.
Si fa l’esempio di Roman, un giovane soldato orfano che in Ucraina ha deciso di attraversare 40 posti di blocco per portare in salvo una bambina rapita dai russi e abbandonata per strada dai rapitori. Elena Mazzola, per anni docente a Kharkiv, riporta al convegno le parole piene di fede autentica di Roman: «Io sono stato protetto dalla Madonna, perché, quando ero a Bachmut, facevo sempre la preghiera a Maria anche a voce alta per i miei compagni».
«C’è un aspetto nella famiglia umana che ha permesso a un ragazzo problematico di portare del bene nell’inferno riconoscendo il bene del bene dell’umano: essere uno. Per parlare di pace dobbiamo immedesimarci con chi vive la guerra, chiedendoci se possiamo costruire un luogo vero di pace», a partire dal fatto che «davvero si può fare di più e noi cristiani abbiamo una responsabilità precisa, avendo ricevuto un amore più grande, il Signore, e vivendo della speranza che non delude mai».
Lunedì, 20 maggio 2024






