La Settimana sociale di Trieste e l’omelia di mons. Delpini nella cattedrale di Pontremoli
di Michele Brambilla
Dal 3 al 7 luglio si tiene a Trieste la Settimana sociale dei cattolici italiani. La prima edizione fu nel 1907, ad opera del beato Giuseppe Toniolo (1845-1918), come adempimento dell’enciclica Il fermo proposito di san Pio X (1903-14), ma successivamente le Settimane sociali sono sempre più diventate l’espressione del “cattolicesimo democratico”.
La delegazione ambrosiana è composta da diverse figure, «donne, uomini, ragazzi, laici, cattolici, figure ecclesiali», ma quello che tutti ritengono centrale è che «siamo suddivisi in gruppi e oggi in particolare ci siamo concentrati sull’attuazione delle nostre idee. Il mio gruppo in particolare cerca di stabilire quali possono essere le cooperazioni tra i livelli più bassi e le istituzioni, così da garantire la partecipazione dei giovani». In poche parole, un clima “sinodale” in cui si prega, ragiona e scrive in comunione fraterna, riferiscono i partecipanti.
Anche mons. Mario Delpini vive un’esperienza di comunione ecclesiale concelebrando nella cattedrale di Pontremoli il 402° anniversario del voto alla Madonna del Popolo. L’omelia dell’arcivescovo di Milano ricalca un po’ l’udienza che Papa Francesco ha dedicato alle droghe, perché inizia ricordando che «si aggirano, dappertutto, forse anche a Pontremoli, gli spacciatori di disperazione. Come tutte le droghe, la prima dose è gratis, poi crea una dipendenza dalla quale è difficile liberarsi».
«Gli spacciatori di disperazione ti offrono la loro merce: se vuoi essere intelligente, devi essere disperato e non credere a niente. Se vuoi essere moderno, devi essere disperato e disprezzare ogni promessa che offra speranza. Se vuoi essere libero, devi essere disperato e dichiarare che Dio non esiste. Se vuoi godere la vita, devi essere disperato e fare quello che vuoi facendo tacere la coscienza»: il vero “oppio dei popoli” è quindi l’ateismo moderno, che uccide le anime e produce, come conseguenza, anche la morte dei corpi sociali.
«Anche se lo spaccio della disperazione risulta molto popolare e redditizio, ci sono quelli che resistono, quelli che continuano a pensare che la disperazione sia una malattia e che gli spacciatori di disperazione siano degli infelici che fanno danni», dice mons. Delpini, e sono proprio quei tanto bistrattati “devoti della Madonna” per i quali il popolo non è una teoria astratta, ma, appunto, un corpo sociale da amare.
«Si cercano» quindi «uomini e donne che, per seminare speranza, cantano insieme con Maria il Magnificat. Sanno di essere uomini e donne da poco, eppure esultano e si commuovono constatando che proprio su di loro si è posato lo sguardo del Signore». «Anche se la gente del nostro tempo, quelli che vanno allo spaccio della disperazione, è incline a sottovalutarsi, a non aver stima di sé né degli altri», ribadisce mons. Delpini, «i seminatori di speranza riconoscono l’immenso bene che la gente compie ogni giorno» quando prega, spera, ama come Gesù.
Lunedì, 8 luglio 2024






