Mons. Delpini visita i fidei donum in Perù e alcune realtà salesiane, traendone come sempre insegnamenti per l’arcidiocesi ambrosiana
di Michele Brambilla
Anche nel luglio 2024 mons. Mario Delpini si ritaglia alcune settimane per raggiungere nei luoghi di missione i sacerdoti fidei donum ambrosiani. La meta del viaggio è ancora una volta il Perù, dove segue anche le orme di padre Ugo de Censi (1924-2018), missionario salesiano dell’Operazione Mato Grosso, e di altri preti italiani che hanno dato la vita per le loro missioni in America Latina, come padre Daniele Badiali, nativo della diocesi di Faenza, ucciso nel 1997.
Il 23 luglio è sulla tomba di padre de Censi, nella chiesa parrocchiale di Chacas. Il sacerdote ha avuto molte intuizioni determinanti per il territorio di Huari, come la scelta di aprire, nel 1992, il seminario di Pomallucay per impedire un’emigrazione anche delle vocazioni sacerdotali. Parlando con i fedeli locali e con i volontari ambrosiani presenti in loco, l’arcivescovo ammette che «non ho conosciuto padre Ugo personalmente, ma tramite voi – ha detto l’Arcivescovo -; però posso dire che fu l’angelo del Signore: l’angelo della chiamata, l’angelo della consolazione e l’angelo che sempre ci accompagna». La missione dei nostri giorni è rendere presente lo sguardo d’amore del Signore, tenendo conto del fatto che «il ruolo dei fidei donum è sempre quello di collaborare con le Diocesi alle quali sono inviati. Si può portare a casa un senso di solidarietà tra i vicini di casa, tra coloro che condividono situazioni di povertà molto più spontanea e diffusa di quella che forse in Italia, nella nostra Diocesi, è piuttosto trattenuta da un certo individualismo», come dice mons. Delpini in un’intervista riassuntiva. In Perù è ancora salvo, in molti casi, il senso profondo della comunità, anche se la dispersione sul territorio della popolazione non rende sempre agevole il raggiungimento delle chiese rurali per le celebrazioni.
«Quello che si cerca di esplorare, di imparare da questa Chiesa, è come affrontare le situazioni, come interpretare la povertà, la devozione popolare, la preghiera», cose che sono rintracciabili anche nelle nostre periferie urbane. Come spesso accade nei suoi discorsi, l’arcivescovo pone molto l’accento sull’apporto degli immigrati alle nostre comunità, ma la specifica realtà peruviana lo spinge a spendere qualche parola sul Venezuela. «In questo momento qui in Perù ci sono molti immigrati dal Venezuela, un’immigrazione forzata dalle condizioni quasi disperate di quel Paese», ma gli sembra che il multiculturalismo non sia stato ancora sufficientemente tematizzato dalle autorità civili ed ecclesiastiche locali. Del resto, al di là delle tradizionali differenze linguistiche ed etniche tra creoli, meticci e indios, il contesto culturale e religioso del Perù è rimasto molto più omogeneo di quello milanese, ma mons. Delpini pensa anche a molte parrocchie ambrosiane, che si limitano a “subire” le conseguenze deleterie del fenomeno immigratorio senza neppure tentare un approccio missionario.
«La fede si rafforza donandola»: nell’incontro con i missionari ambrosiani in Perù l’arcivescovo parte da questa citazione di san Giovanni Paolo II per indicare ancora una volta una dinamica su cui vorrebbe vedere maggior impegno da parte di tutti. Non a caso, il 23 luglio, ha usato l’espressione «cuori in fiamme»: è quello che dovrebbe avere ogni cattolico.
Lunedì, 29 luglio 2024






