L’invito dell’arcivescovo ai parroci neoimmessi è quello di portare con fierezza la propria identità, in un tempo che necessita di cattolici orgogliosi di esserlo
di Michele Brambilla
Tra il 2 e il 6 settembre, nel Centro pastorale di Seveso, si svolge il ritiro per i quasi 70 parroci che, in questo mese, cambiano parrocchia. Giuridicamente hanno già compiuto tutti, domenica 1 settembre, il loro ingresso “privato” nelle comunità di nuova assegnazione: ora giurano tra le mani dell’arcivescovo in forma solenne (rito di immissione).
Mons. Mario Delpini pensa anche agli 80 vicari andati in pensione e ai sacerdoti che hanno ricevuto un incarico differente dalla pastorale parrocchiale. Letti brani di Geremia, della I Lettera di san Paolo ai Corinzi e del cap. 10 del Vangelo di Giovanni, l’omelia di mons. Mario Delpini si articola attorno all’immagine del Buon Pastore delineata dalla Scrittura, evidenziando che «il profeta Geremia è in difficoltà perché sa che la comunità non lo ascolterà e così è in difficoltà l’apostolo Paolo perché la comunità di Corinto lo giudica, lo critica, lo ritiene uno degli apostoli tra i tanti», mettendo così in luce molti timori che possono pervadere i parroci quando iniziano a muoversi per le strade delle loro nuove comunità.
«Penso alla trepidazione, alla previsione di difficoltà, al disagio del cambiamento, alla percezione che le comunità saranno, in parte, entusiaste dell’arrivo del nuovo parroco e, in parte, nostalgiche per chi se ne è andato. Ma questo momento è la celebrazione di un momento di grandezza in cui siamo fieri di assumere delle responsabilità nelle realtà in cui si è inviati dal Vescovo», prosegue mons. Delpini facendo intravedere quale sarebbe l’ottica corretta con la quale guardare a questo momento per molti versi “storico”. «Da parte mia sento ammirazione. Stiamo vivendo un momento grande grazie al vostro gesto di dire: “Eccomi, sono qui”. Cosa può aiutarci a superare le paure di Geremia e la rabbia che ha Paolo? È la pagina del Buon pastore, perché è il Signore che ci raduna e che fa dei tanti un solo gregge» grazie al ministero dei sacerdoti, inviati a coltivare vigne che sono il frutto di secoli di lavoro di altri “contadini” del Signore. Bisogna, infatti, ricordarsi che si è sostenuti da una catena ininterrotta di pastori, nell’abbraccio della Chiesa universale, Corpo mistico di Cristo stesso.
«Troviamo la nostra fiducia, il nostro coraggio nel sentirci anche noi una pecora del gregge, amato al tal punto che il Signore dà la sua vita» anche per il sacerdote che è chiamato ogni giorno a rinnovare sull’altare, nella forma sacramentale, il Sacrificio redentore. «Il Signore è Buon pastore anche per te: sia questo uno spunto di riflessione e consolazione» quando si è indotti a credere che Dio abbia occhi solo per gli altri. Il prete fa fatica a ricordarsi di essere anche lui un discepolo dietro al Signore: si fa quindi largo la tentazione del protagonismo. La Chiesa, invece, è fatta di molte membra, che hanno ciascuna il proprio ruolo.
La sfida dei nostri tempi è valorizzare il laicato e permettere ai preti ambrosiani, molto spesso oberati di impegni che potrebbero tranquillamente essere delegati ad un laico, di “fare i preti”. Anche perché i numeri di questo settembre parlano chiaro: a fronte di soli tre seminaristi di III Teologia ammessi agli ordini sacri, si contano ben 8 laici elevati al diaconato permanente e 9 vergini consacrate. Urge un recupero sinergico dell’identità profonda del sacerdozio ministeriale e del sacerdozio battesimale dei fedeli.
Lunedì, 9 settembre 2024






