La toccante omelia di mons. Mario Delpini per il funerale della strage di Paderno Dugnano
di Michele Brambilla
Nella notte tra il 31 e il 1 settembre Riccardo, un diciassettenne apparentemente sereno, ha ucciso suo fratello Lorenzo, di 12 anni, sua madre e suo padre, in una villetta come tante della periferia nord-milanese, a Paderno Dugnano. E’ la strage di cui tutta Italia parla con orrore da settimane. Espletate le autopsie, viene autorizzata la celebrazione dei funerali, che avvengono alle 14.30 del 12 settembre nella chiesa parrocchiale di S. Maria Nascente a Paderno Dugnano.
Celebra il rito lo stesso arcivescovo: nell’omelia immagina il dialogo che deve essere intercorso tra il Signore e le povere vittime. Partendo dalla più giovane, il fratellino del killer, «io mi immagino che accogliendo Lorenzo il Signore Dio gli abbia detto: perché sei qui, così giovane? Da dove vieni? Che cosa sono queste ferite? Che cosa è stato della tua vita?».
Il tono delle domande è solo apparentemente contraddittorio con l’onniscienza di Dio: in realtà, mons. Delpini sta ricalcando volutamente il dialogo intercorso tra il Signore e i progenitori nell’Eden, dopo il peccato originale, e soprattutto quello tra Dio e Caino dopo l’omicidio di Abele. Ogni omicidio, specialmente se si tratta di fratricidio, matricidio e parricidio, rimanda al primo degli omicidi e al primo peccato dell’umanità. Infatti, come avrebbe potuto fare Abele, Lorenzo risponde che «sono qui, a causa di mio fratello, il mio fratello grande, il mio fratello intelligente», dove l’aggettivo “intelligente” riecheggia la superbia anti-divina di Gn 3, l’illusorietà di conquistare la libertà dando retta alle seduzioni dell’antico serpente.
La risposta del bambino ucciso alle coltellate del fratello, però, non è solo sangue che grida (Gn 4,10): Lorenzo-Abele continua ad amare Riccardo-Caino, fino a dire che «voglio stargli vicino sempre, io voglio consolare le sue lacrime, voglio calmare i suoi spaventi, voglio sperare con lui e per lui».
Molto bibliche anche le parole attribuite a mamma Daniela: «È stato il mio figlio grande, il mio figlio primogenito, il figlio di cui sono orgogliosa». «Ho acquistato un uomo al Signore» (Gn 4,1), disse Eva quando nacque Caino. «Signore Dio, che posso dire della mia vita? Ecco, posso dire del mistero, di quel buio impenetrabile in cui si accende una luce. Posso dire del mistero, di quella gioia sovrabbondante e indicibile in cui si accende una vita»: nonostante il male subito, Daniela continua a guardare a Riccardo come figlio amato.
E il padre? Per papà Fabio «è stato Riccardo, il mio figlio grande, quasi un uomo ormai. È stato Riccardo che mi ha teso un agguato nella notte dello spavento, e non ho potuto, non ho voluto difendermi, pur essendo forte non ho usato la forza, lo spettacolo era troppo assurdo, troppo sbagliato, troppo, troppo insanguinato». L’ultimo insegnamento al figlio maggiore è il cristiano contrapporsi al male con il bene. Quel bene che fa risplendere la vera umanità laddove sembra latitare. Dall’alto Fabio continuerà a vegliare su Riccardo, fino a che «diventerà anche lui un uomo che conosce la parola della verità e la via della vita».
Lunedì, 16 settembre 2024






