I rimproveri dell’arcivescovo alla poca fede degli ambrosiani di oggi
di Michele Brambilla
Nei primi discorsi del nuovo anno pastorale mons. Mario Delpini offre molti spunti per riflettere sulla fede contemporanea. Il primo nell’omelia del 7 settembre, in cui sostiene che «il ricordo del concilio di Nicea, che il nostro Padre Ambrogio ha predicato con tanto vigore e costanza, può essere per noi un rimprovero: si ha infatti l’impressione che il linguaggio diffuso e anche la pratica ordinaria orientano a dimenticare la mediazione di Gesù, a fare a meno di lui. Un sintomo preoccupante è la consuetudine di abbandonare la celebrazione del segno che Gesù ha indicato perché si celebri il memoriale della sua opera di salvezza, cioè l’Eucaristia. La Messa sembra ridotta a una cerimonia che può piacere o annoiare», ma essa non è qualcosa di superfluo nella vita del cattolico e della stessa comunità civile. «Forse per questo i buoni propositi sono troppo inconcludenti, forse per questo l’impegno risulta frustrante, forse per questo il cristianesimo si presenta con una sorta di tristezza per l’elenco delle cose che si dovrebbero fare, ignorando la gioia di essere in comunione con Gesù, con la pienezza della sua gioia», commenta amaramente mons. Delpini. Rimettendo al centro l’Eucaristia e ridando alla nostra fede contenuti chiari, riconoscibili, anche la nostra testimonianza davanti al mondo diventerà più limpida e concreta.
Il secondo spunto arriva nell’omelia del 14 settembre per l’inizio del triduo, in Duomo, del Sacro Chiodo. Davanti ad una navata stracolma per assistere al rito della Nivola, la celebre carrucola a forma di nuvola che conduce l’arcivescovo a prelevare la reliquia, incastonata nella volta del Duomo, mons. Delpini osserva che «si nasce generati da una comunione. Si nasce e si può vivere perché accolti da una sollecitudine», ma l’obbiettivo che si è posta la cultura contemporanea è quello di rescindere tutti i legami fondativi, cosicché «si nasce in una comunione, ci si prepara a morire in una solitudine». «A contrastare questa scelta o piuttosto questa disgrazia, viene offerta la grazia di questo morire di Gesù che crea la comunione. Nel morire di Gesù si compie la scelta di amare fino alla fine, di vivere la comunione con il Padre che diventa principio della vita secondo lo Spirito, quella che crea la comunione di chi è nato non dalla carne e dal sangue, ma da Dio»: così facendo, Gesù fonda un popolo nuovo e una civiltà inedita, perché «la nuova alleanza celebrata nel sangue dell’Agnello diventa il comandamento di fare questo in memoria di lui, dare la vita per amore».
L’arcivescovo paragona i cattolici contemporanei a Giona, il profeta recalcitrante che non voleva predicare a Ninive. Nel messaggio per la Giornata del Seminario (22 settembre), mons. Delpini rammenta che «il Signore chiama Giona e Giona scappa lontano. Non si fida del Signore: è troppo buono, minaccia castighi, ma poi si lascia vincere dalla compassione e il profeta che invita alla conversione con rimproveri e minacce fa la figura dello sciocco inaffidabile. Non si fida del Signore: il Signore non si cura dei suoi profeti, ma piuttosto li espone a pericoli a motivo della sua amorevole benevolenza per la città corrotta e gli abitanti peccatori». Eppure «fuggire lontano dal Signore non è una buona idea. Giona cerca sicurezza là dove più grande è il pericolo. Crede di salvarsi andando lontano dal Salvatore», ma nessuno si può salvare lontano da Gesù. Nel ventre della balena Giona «riconosce che solo Dio può salvare la sua vita e salvare la città. Prega e ringrazia. Prega e si decide per la missione».
Lunedì, 23 settembre 2024






