Parola misconosciuta nella nostra contemporaneità, diventa il cardine del messaggio dell’arcivescovo agli sportivi del CSI. Ma i frutti più belli si colgono nel dialogo ebraico-cristiano
di Michele Brambilla
Il 14 ottobre mons. Mario Delpini divulga il suo messaggio per l’anno associativo delle società sportive legate alla federazione cattolica del CSI. Quest’anno dovranno riflettere su una parola spesso disattesa ed equivocata nel mondo di oggi: rispetto.
Cosa vuol dire dare il rispetto, infatti, in un mondo in cui è stato abolito il principio di autorità e i rapporti tra le persone si sono “inselvatichiti” ad ogni livello? Per l’arcivescovo rispettare è anzitutto una questione di sguardi. «Il rispetto è infatti un modo di guardare che riconosce nell’altro e nell’altra la dignità di persona unica, inviolabile, meritevole di stima, promessa di incontro e di buone relazioni», sostiene infatti mons. Delpini.
Nel caso degli sportivi, «significa uno sguardo che si sottrae a molte tentazioni. Resiste, infatti, alla tentazione di guardare gli altri solo come avversari da battere o da temere», come ormai accade dalla politica ai campetti di periferia. «L’atleta che pratica quello sguardo che è «rispetto» evita di fermarsi al difetto che si può notare negli altri, compagni di squadra e avversari: non si sente autorizzato a imporre una etichetta», che è la mania dei nostri tempi, in cui tutto deve essere incasellato in stereotipi rassicuranti o ideologici. Lo sguardo rispettoso si contraddistingue per un’altra parola “tabù” per i nostri contemporanei: la castità, nel senso realmente dato dalla dottrina cattolica a questo vocabolo.
«L’atleta che guarda con rispetto custodisce uno sguardo casto, non si lascia trascinare da un fantasticare possessivo: la divisa sportiva non è per esibire un corpo da possedere, ma per rendere agili nelle prestazioni», dice infatti l’arcivescovo, che prosegue rilevando che «Gesù insiste molto sullo sguardo malizioso che vede la pagliuzza nell’altro e non s’accorge della trave, guarda alla donna altrui e commette adulterio nel suo cuore, passa vicino all’altro e non s’accorge che ha bisogno di aiuto, guarda il comportamento degli altri per giudicare e condannare», proprio come si fa sempre più spesso ai nostri tempi. Se sapremo recuperare il tipo di rispetto indicato dal Vangelo e dalla dottrina cattolica, avremo una società meno “isterica” e ci riapproprieremo di molte “cortesie” franate coi valori di cui erano specchio.
Come definire, infatti, una società in cui ci si dichiara tutti “inclusivi”, ma la guerra in Medio Oriente sta risvegliando un antisemitismo acre, che si pensava di aver sepolto da decenni? La Chiesa abbraccia tutti indistintamente e ha saputo fare ammenda di alcuni atteggiamenti sbagliati del passato proprio a partire dal rapporto inscindibile che esiste tra il Cristianesimo e la sua radice ebraica. La recente lettera dell’arcivescovo alla comunità ebraica di Milano è stata recepita come un gesto sostanziale, motivo per cui il rabbino capo, Alfonso Arbib, ha deciso di ricambiare di cuore con una propria missiva a mons. Delpini. «Viviamo in un momento estremamente difficile e poter contare sulla Vostra amicizia per noi è molto importante», scrive infatti Arbib. I sentimenti antisemiti appartengono ad una minoranza molto rumorosa: è giunto il momento «che la maggioranza si faccia sentire e combatta insieme a noi un clima che sta diventando irrespirabile». Ripete che «le Sue parole sono per noi di grande conforto e mi unisco a Lei nella speranza che parole come pace e fraternità possano tornare a essere pronunciate nella nostra vita quotidiana».
Lunedì, 21 ottobre 2024






