Solo nella Chiesa cattolica gli uomini possono convergere in comunione
di Michele Brambilla
Molti sapienti, nei secoli, hanno cominciato il loro cammino di conversione ammirati dalla bellezza del culto cattolico, immagine trasparente dello splendore di Colui che vi è adorato. La Chiesa riflette, come la luna, la luce di Cristo, suo Sposo, il Sole di giustizia che irraggia tutta la creazione.
Ecco allora mons. Mario Delpini, nell’omelia della festa di S. Carlo (4 novembre), concentrarsi proprio sulla bellezza della Chiesa. «Lasciate che io canti il mio cantico per la bellezza della Santa Chiesa di Dio. Io canto della bellezza originale dello spettacolo della Chiesa universale, della moltitudine che nessuno può contare di coloro che portano il sigillo del Dio vivente», ripete infatti parafrasando le letture offerte dalla liturgia. In particolare «io canto della bellezza di contemplare riuniti in un solo luogo uomini e donne da ogni angolo del mondo, da ogni lingua, popolo e nazione, come è stato per l’Assemblea sinodale appena conclusa: convocati e contenti di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio».
Ad essere cantata, della Chiesa, è quindi soprattutto la capacità di creare comunione fraterna. Una comunione frutto della presenza viva del Signore nella Chiesa ed indirizzata ad accogliere tutti coloro che ne vogliono fare parte, perché «perché in nessun luogo della terra, in nessuna istituzione degli uomini si dà questo convergere in comunione». Le altre religioni possono al massimo sviluppare un senso molto simile al cameratismo politico o militaresco. I cattolici sono invece convocati dall’amore del Redentore, che ha tanto amato gli uomini da dare la vita per essi.
Il mistero della Chiesa è un mistero profondamente nuziale e pasquale. Infatti «canto della bellezza della Sposa dell’Agnello: per lei lo Sposo dà la vita, perché sia santa, immacolata, introdotta alle feste di nozze nel cuore della Trinità, partecipe della vita del Figlio, “come il Padre conosce me e io conosco il Padre”, così la Sposa conosce lo Sposo», continua l’arcivescovo parafrasando sempre il Nuovo Testamento.
«Canto della bellezza della comunione desiderata e impossibile, fatta e disfatta, radunata dallo Spirito per essere un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione», ma spesso offuscata dai litigi e dalle rivalità molto banali che si possono scatenare anche dentro le comunità ecclesiali. Mons. Delpini non si limita a cantare la comunione ecclesiale, ma «la invoco e la raccomando e supplico di manifestare i segni del cammino verso l’unità con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore». La bellezza della Chiesa non è quindi sempre colta dagli osservatori. Per di più, «mentre offre il suo servizio è guardata con sospetto» dai benpensanti e dai potenti.
Giusto pochi giorni dopo, il 6-7 novembre, si tiene il Dies academicus generalis della Biblioteca Ambrosiana, dedicato quest’anno alla corrispondenza del card. Federico Borromeo (arcivescovo 1595-1631), cugino di san Carlo, con alcuni vescovi dell’Europa orientale. Uno dei relatori, il romeno greco-cattolico mons. Cristian Dimitru Crişan, rievoca anche le persecuzioni dell’epoca comunista. Mons. Delpini rimarca egli stesso che la Chiesa romena «ha conosciuto il martirio come via per accedere alla santità» e chiede ai cattolici ambrosiani di «esprimere la nostra solidarietà a tutti i cristiani perseguitati e di interrogarci sul perché la Chiesa, con il bene che fa, con la sua storia così ricca di un patrimonio straordinario», sia ugualmente oggetto dell’odio mondano. «Anche da perseguitati, come persone circondate da indifferenza, vogliamo» continuare a rispondere ai nemici con l’amore e la sapienza, «perché la storia che la Chiesa ha scritto possa essere di riconciliazione per l’umanità».
Lunedì, 11 novembre 2024






