La liturgia secondo mons. Delpini, nel momento in cui entra in vigore la nuova edizione del Messale Ambrosiano
di Michele Brambilla
Con le Messe vigiliari della I domenica di Avvento entra ufficialmente in vigore la seconda edizione del Messale Ambrosiano riformato a norma del Concilio Vaticano II. Si tratta di un avvenimento storico importante per tutta la comunità ecclesiale, dato che «la Chiesa non è la singola parrocchia, ma la comunità diocesana presente nel territorio, unita nella comunione con il Vescovo, impegnata a condividere le risorse e la passione per il Vangelo in una particolare città», unita, a sua volta, alla Chiesa universale, come ribadito da mons. Mario Delpini nell’omelia della visita pastorale a Sesto S. Giovanni (10 novembre).
Giusto il giorno dopo quella visita pastorale, lunedì 11 novembre, nella Curia di Milano si ospita un convegno dedicato all’illuminazione elettrica delle chiese. L’arcivescovo coglie l’occasione per esprimere il suo concetto di liturgia, o meglio per criticare alcune tendenze contemporanee in fatto di arte sacra. Si riporta infatti nella cronaca del convegno che per mons. Delpini «nei nuovi edifici di culto si tende spesso a semplificare e a uniformare, con il risultato di appiattire e di banalizzare, come a creare luoghi per una “generica” spiritualità che vada bene per tutti, come una sorta di “terapia” rassicurante, dove trovare un anonimo benessere».
Il “nuovo” Messale è l’emblema di come si possa semplificare senza impoverire. Proprio per questo il 13 novembre mons. Claudio Magnoli, segretario della Congregazione per il rito ambrosiano, precisa in una nuova intervista che il portato maggiore della seconda edizione è la «stabilizzazione della nuova struttura dell’Anno liturgico, in fedeltà con quanto avvenuto con il Lezionario del 2008», che non è una novità assoluta, dato che la scansione ritornata in auge è quella riscontrabile fino al Messale del card. Schuster (1955).
La riforma postconciliare del rito ambrosiano si caratterizza, quindi, sempre di più come quella che meglio si è inserita nel flusso ininterrotto della tradizione della Chiesa. Ne fa ulteriore fede un’altra precisazione: mons. Magnoli frena con decisione le fantasie di chi voleva o temeva un radicale cambiamento di linguaggio, spiegando che «non abbiamo ritradotto tutti i testi, ma, valorizzando l’originale latino e ascoltando anche le segnalazioni critiche pervenuteci da sacerdoti e laici», si sono operate delle correzioni quasi chirurgiche. Ovviamente si sono recepite le trasformazioni al Gloria e al Padre nostro introdotte nel 2020 e comuni al rito romano.
Sempre in quest’ottica il curatore della nuova edizione, ovvero lo stesso mons. Magnoli, ci tiene ad osservare che «la Veglia pasquale era già ben strutturata nella prima edizione, ma vi era bisogno di ulteriori indicazioni su come eseguire alcune sue parti. In particolare abbiamo posto attenzione al Preconio pasquale che diventa eseguibile anche da cantori laici. Inoltre nel Preconio stesso abbiamo agito verso la fine introducendo qualche elemento per una migliore sistemazione del testo».
Il fatto che non si siano fatte obiezioni di fondo all’impostazione data nel 1976 è un’ulteriore conferma del fatto che si sia lavorato in perfetta continuità con il passato antico e recente. Era quasi inevitabile, dato il prestigio delle firme della prima edizione postconciliare, posta dal card. Giovanni Colombo (1963-79) sotto la direzione dell’allora monsignore Giacomo Biffi (1928-2015). Il card. Biffi, nel 2008, non fu entusiasta del nuovo Lezionario, ma ora che il Messale è stato armonizzato e si prospetta, quindi, la necessità di “mettere in pari” anche il Breviario, il disegno della “riforma della riforma” ambrosiana appare più chiaro e ottempera, ancora una volta in maniera esemplare, al criterio di continuità indicato dagli stessi Romani Pontefici, in particolare san Paolo VI (1963-78), che tenne una fitta corrispondenza con il card. Colombo in tema di liturgia, e Benedetto XVI (2005-13).
Lunedì, 18 novembre 2024






