Mons. Delpini visita coi giovani degli oratori il Museo Labanof, dove sono conservati 15.000 reperti ossei, dalla Preistoria al Cinquecento, e dove si ricostruisce l’identità di chi muore in mare per dire che la morte non vincerà mai sulla nostra identità profonda
di Michele Brambilla
Il 25 novembre gli adolescenti di tre oratori sono accolti da mons. Mario Delpini e Cristina Cattaneo, ordinario di Medicina legale e Antropologia all’Università Statale di Milano, nel museo in cui è allestita la Collezione Antropologica Labanof, correlata all’omonimo laboratorio di analisi. Il museo ospita circa 15.000 reperti ossei, rinvenuti in sepolture che vanno dalla prima ominazione al Rinascimento. Il tema che l’arcivescovo dà alla serata, traendolo dal Catechismo, è Seppellire i morti.
Il laboratorio Labanof è anche quello che è stato scelto, pochi anni fa, dalla stessa arcidiocesi di Milano per la ricognizione canonica dei corpi dei suoi santi patroni nella basilica di S. Ambrogio, confermandone l’identificazione tradizionale. Una sala è chiamata proprio Stanza del diritto all’identità ed espone reperti provenienti dalle guerre più recenti e dalle tragiche traversate degli immigrati clandestini. «Dare un’identità non è solo un dovere, un atto di civiltà e di pietà, ma è aiutare le persone a uscire dal “non sapere” e permettere magari a un bambino, certamente rimasto orfano, di poter essere adottato o di emigrare, a un genitore di piangere il proprio figlio» e il Labanof è stato spesso contattato per compiere questo atto di carità, spiega Cattaneo. Anche le vittime dei delitti più famosi non sono soltanto numeri.
Mons. Delpini concorda: «Questa ricerca, questo tipo di studio è quello di chi sta dalla parte delle vittime della violenza degli uomini, degli altri, degli incidenti, delle malattie: quelle che oggi non parlano, non contano, non votano, non forniscono vantaggi. E stare dalla parte delle vittime, nel senso della cura e dello studio per l’identità, vuol dire l’apprezzamento per la persona e mi sembra molto importante che noi impariamo a stare dalla parte delle vittime, ma non come a una folla indistinta». Bisogna quindi «superare la superficialità anche quando si va al cimitero».
Perché noi cattolici veneriamo le reliquie dei santi? «È un segno che un uomo, una donna, non sono solo una storia che finisce nella terra»: fin dalle origini apparteniamo a Dio, che ci ha creati e redenti nel Figlio, morto e risorto per la nostra salvezza.
Il 27 novembre, all’Istituto dei tumori di Milano, si tiene un convegno sul fine-vita, organizzato dalla cappellania, dalla Regione Lombardia e dalla Pontificia Accademia per la Vita. Si è reduci dalla bocciatura della legge regionale, ma da parte di alcuni politici e ambienti cattolici di primo piano rimane una certa, pericolosa ambiguità, riscontrabile già nel desiderio, espresso da don Tullio Proserpio, di volerne parlare «senza dogmi». Piuttosto discutibile mons. Vincenzo Paglia, che continua a ripetere che, «se si deve fare una legge, auspichiamo che si possa basare su un consenso il più ampio possibile», come se fosse un requisito sufficiente. Mons. Paglia viene smentito, giusto poche ore prima del suo intervento, dagli avvenimenti in Università Statale, in cui la “cultura della morte” ha dimostrato ancora una volta la sua totale intransigenza nei confronti delle opinioni dei cattolici.
Mons. Delpini riporta la questione sui binari della concretezza: desidera morire solo chi è lasciato solo. «La solitudine del malato terminale è una condizione drammatica che pone la questione se la vita sia desiderabile o detestabile. La vita è desiderabile in primo luogo per le relazioni con le persone che appartengono alla cerchia delle persone amate. La separazione dalle persone care è un dolore tremendo, la prossimità delle persone care è una gioia impagabile. La vita è desiderabile per la bellezza della vita, del mondo, della storia umana», anche nelle situazioni di dolore, perché tutto di noi è abitato da un Altro.
Lunedì, 2 dicembre 2024






