La Facoltà teologica milanese dà la parola al card. De Kezel, che pur considerando la secolarizzazione uno stimolo alla missione denigra fin troppo i secoli di Cristianità. Per mons. Delpini non esiste, però, una teologia disincarnata: l’annuncio di fede permea inevitabilmente tutta la vita dell’uomo
di Michele Brambilla
Il 12 dicembre la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale ospita per la prolusione di inizio anno accademico l’arcivescovo emerito di Malines-Bruxelles, il card. Josef De Kesel, interpellato sul tema «Essere cristiano in un mondo che non lo è più». La domanda di fondo, posta da mons. Mario Delpini, è se «una Chiesa un poco vecchia e stanca, preoccupata del suo futuro, produrrà una teologia» altrettanto stanca. «La nostra Chiesa troverà coraggio e strade per il futuro, per pensare la sua presenza e la verità cristiana? Mi auguro che docenti e studenti affrontino la teologia non come un adempimento accademico, come lavoro seppure molto serio, ma come una responsabilità» di fronte ai nostri popoli da rievangelizzare.
Anche il card. De Kesel ritiene che il mondo contemporaneo, che non considera più centrale la professione di fede cristiana, sia «una chiamata a conversione, in questo cambiamento di epoca molto complesso, come dice Papa Francesco». Oggi la Chiesa si concepisce universalmente come «popolo di Dio in mezzo ad altre nazioni» senza più “privilegi”. Per il card. De Kesel questa situazione sarebbe, però, migliore della precedente perché, «se si deve scegliere tra una cultura religiosa e una cultura secolare, devo dire che preferisco la seconda, anche se può sorprendere, in quanto solo una società secolare garantisce la libertà e la libertà religiosa».
Sebbene, infatti, rimanga sullo sfondo una critica velata ai Paesi islamici, gli attacchi più pesanti sono sferrati proprio nei confronti dei secoli di Cristianità. Il card. De Kesel deve però poi riconoscere che «anche la secolarizzazione non è priva di problemi, perché non è solo la religione che può radicalizzarsi e diventare violenta».
L’arcivescovo belga è più condivisibile quando dice che «la Chiesa è chiamata a vivere nel mondo, non nel suo mondo. Se la Chiesa è un sacramento universale, come l’ha definita il Concilio, questa è la sua vocazione: essere segno, in parole e opere, dell’amore di Dio in mezzo a tante situazioni esistenziali, anche nel mondo secolare, dove deve annunciare il Vangelo» ugualmente. E’ una sfida, ma la Chiesa esiste per annunciare Cristo a tutti i popoli e in tutti i contesti culturali.
Mons. Delpini, nell’omelia pronunciata per la Messa che conclude l’evento, preferisce mettere in guardia da una fede di “puro annuncio”, disincarnata. La teologia cattolica nasce, infatti, «con una docilità allo Spirito Santo che rende partecipi di quell’essere uomo di Gesù che abita la carne, la fame, la sete, lo strazio di ogni uomo e donna». Quando una fede permea tutto il vissuto di una persona diventa inevitabilmente cultura. A Dio bisogna chiedere di essere autentici discepoli del Signore, di non lasciarci spaventare dalla nostra inadeguatezza e di saper costruire su solide radici, cioè su Lui stesso.
Lunedì, 16 gennaio 2024






