Anche l’arcivescovo dice la sua sul sistema giudiziario italiano, in maniera molto anticonformista
di Michele Brambilla
Il 5 febbraio l’Università Cattolica ospita un convegno intitolato Ricostruire la speranza: pena e comunità in dialogo, con chiaro riferimento al tema centrale del Giubileo 2025. Partecipa anche mons. Mario Delpini.
Sono giorni “caldi” dal punto di vista del dibattito sulla giustizia. L’arcivescovo non vuole unirsi a chi dà addosso a ministri e forze dell’ordine: dopo aver accennato alle condizioni drammatiche di molte carceri, si limita a sostenere che «l’impianto di chi si occupa di giustizia penso debba essere quello di una riforma profonda, anche se non saprei indicare una via da percorrere, se non quella della ricerca del bene comune, che significa anche il bene di chi lavora in carcere, di chi è detenuto e il bene possibile da chiedere a coloro che hanno fatto dei danni alla società, secondo la logica della giustizia riparativa che sta diventando un’ipotesi realistica».
Inquadrare il concetto di giustizia riparativa è compito anzitutto degli altri relatori, tra i quali la rettrice dell’Università Cattolica, Elena Beccalli, per la quale «iniziamo affrontando un tema forte, che chiama in causa la responsabilità di ciascuno. In tutti gli ambiti, ma specialmente in quello giudiziario, quando bisogna costruire la speranza ci si affida ai buoni propositi e agli auspici. Ma quando bisogna ricostruire la speranza di coloro che hanno sbagliato, oltre ai propositi e agli auspici, si deve fare affidamento su un “di più” che è rappresentato dalla consapevolezza che la giustizia può essere strumento di misericordia e di rinnovamento».
Mons. Delpini nel suo discorso pone sul tavolo la celebre citazione evangelica «Ero in carcere e siete venuti a visitarmi» (Mt 25,36). Le opere di misericordia corporale possono essere eseguite anche da un non credente, ma «questa opera di misericordia corporale è la testimonianza che i carcerati fanno parte della comunità dei discepoli e non sono vite finite in un mondo a parte»: nessun peccato cancella in maniera definitiva la dignità battesimale.
I carcerati non sono neppure all’esterno della comunità civile. «La società si protegge da coloro che l’hanno danneggiata e, certamente, le mura dei penitenziari sono ciò che sembra dissuadere dal cercare rapporti tra “dentro” e “fuori”, mentre la visita è un’immagine del carcere come appartenente alla città», come appare evidente a Milano (il carcere di S. Vittore sorge in pieno centro storico). «Considerare i detenuti persone attesta che la comunità si prende cura della loro vicenda, ha a cuore il loro bene» nonostante quello che potrebbero avere fatto.
L’arcivescovo osserva che «non si tratta di un’elemosina di tempo e attenzione del ricco che lascia qualcosa al povero, di chi sta bene a chi sta male, ma del desiderare il bene della persona che suscita una possibilità di risposta e di relazione: in questo senso la carità, che non è unidirezionale e fa crescere, è una provocazione alla libertà individuale di ognuno e comporta un’ineliminabile via di personalizzazione del percorso relazionale». Proprio per questo mons. Delpini chiede che si precisino alcune parole spesso usate, come “rieducazione”, che ha un sapore vagamente totalitario. Anche la parola “reinserimento” è da rivedere, dato che «si deve constatare che l’ambiente da cui viene un detenuto contribuisce alla corruzione della persona, per cui tornare al luogo di origine può esporre di più alla recidiva».
Forse la soluzione si chiama “risarcimento”, «parola interessante, che apre ai cammini della giustizia ripartiva», in cui il reo rimedia al danno arrecato e viene allo stesso tempo ristabilito nella sua dignità umana. Allora «chi visita il carcerato contribuisce a riconoscere la dignità di una persona favorendo la speranza» del singolo come della società intera.
Lunedì, 10 febbraio 2025






