Ad indurre i malati al suicidio è il non senso. Quando il senso, invece, c’è, come nel caso del beato Carlo Acutis, anche il dramma della malattia si illumina della gloria del Risorto
di Michele Brambilla
L’11 febbraio 2025 passerà alla storia per lo “strappo” della Regione Toscana in tema di “fine vita”, proprio nel giorno che la Chiesa dedica alla preghiera per i malati.
I malati, però, non chiedono una morte “facilitata”: lo prova ulteriormente l’incontro che, la sera del 10 febbraio, mons. Mario Delpini propone ai giovani dell’arcidiocesi ambrosiana nell’ospedale S. Gerardo di Monza. Lì, nelle stesse stanze in cui il 12 ottobre 2006 morì il beato (presto santo) Carlo Acutis, è ricoverata una diciottenne, che dice chiaramente di essere «una ragazza “quasi” come voi: non ho mai voluto voltare alle spalle alla vita, anche se è difficile mentalmente e fisicamente. Ciò a cui penso di più è la forza che la fede mi ha dato per continuare a combattere».
Il vero dramma di oggi non è quindi la sofferenza in sé, ma il nihilismo, la mancanza di significato, che induce a “scorciatoie” altrettanto insensate. L’arcivescovo ricorda che «il nostro Dio non manda le malattie, ma manda lo Spirito santo per vivere la malattia, come anche la vita di tutti i giorni, da figli di Dio essendo capaci di amare». I giovani devono poter entrare negli ospedali a visitare i propri coetanei malati, ma come testimoni del Dio della vita, un prendersi cura che è eco del dettato evangelico: «“Ero malato e siete venuti a visitarmi”».
L’11 febbraio mons. Delpini celebra, come sempre, la Messa del malato nel santuario milanese dedicato alla Madonna di Lourdes. «Abbiamo giornate piene di tempo. I malati in particolare hanno tempo, hanno tempo di giorno e tempo di notte e il tempo non passa mai, il tempo passa troppo adagio, chi non dorme sa come è lunga la notte, chi aspetta sa quanto sia lunga, inquieta e vuota l’attesa. Ma questo tempo che è come l’acqua, che abbonda quando non serve, può diventare il vino per la festa, se diventa occasione per amare, per sorridere, per ringraziare», osserva l’arcivescovo nell’omelia.
Come ricorda sempre mons. Delpini, «il malato prega, le famiglie dei malati pregano, quando la malattia si aggrava pregano, i medici e gli infermieri e il personale che si dedica alla cura pregano. Pregano i credenti, talora anche i non credenti, quando sembra che sia finita la speranza», aprendosi a quel Dio che è la Speranza per eccellenza. Proprio in quel momento «la parola di Gesù può trasformare la preghiera inutile nella preghiera che alimenta la speranza, perché ci fa incontrare Gesù, promessa di vita eterna: solo nella risurrezione di Gesù ogni nostro destino trova il suo posto nell’orizzonte infinito dell’eternità», sostiene l’arcivescovo citando nella frase in corsivo il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata del malato.
Il 12 febbraio, nella parrocchia S. Maria Segreta a Milano, è ospitato mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi e biografo del beato Carlo Acutis. Anche mons. Sorrentino, nella conferenza di presentazione del suo libro, conferma che «chi impara ad alzare gli occhi verso Gesù affina uno sguardo capace di guardare gli occhi e gli animi degli altri. Oggi è tanto difficile agganciare il cuore delle persone, ma Gesù Eucaristia ci insegna a guardare, soprattutto nei poveri, Lui che si è fatto povero». Il dott. Claudio Cogliati, caposala al S. Gerardo il giorno in cui il beato Carlo saliva al Cielo, testimonia che anche nei momenti estremi Acutis continuava ad «“essere per gli altri”, tanto da preoccuparsi di non dare fastidio. Ancora adesso, nella chiesa dell’ospedale, abbiamo una bellissima vetrata con la fotografia di Carlo; prima c’era anche un piccolo ulivo, ora messo all’entrata del San Gerardo, che compie quest’anno 850 anni. Negli anni Ottanta 9 bambini malati di leucemia su 10 morivano, oggi 8,5 guariscono». La realtà, quindi, non è così disperata e insolubile come vuole la cultura della morte a tutti i costi. La scienza medica progredisce, ma troppi, per interesse ideologico, la dipingono ancora come se fossimo ai tempi in cui l’anestesia era data con una bottigliata sulla testa.
Lunedì, 17 febbraio 2025






