Sia l’arcivescovo che l’attuale presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione indicano la centralità di Cristo come la risposta fondamentale da dare all’uomo contemporaneo
di Michele Brambilla
Nell’omelia della Messa celebrata il 21 febbraio mattina in Turchia, in pellegrinaggio con i sacerdoti più giovani dell’arcidiocesi di Milano, mons. Mario Delpini propone «l’esercizio delle cinque parole» per condensare gli insegnamenti del viaggio, durante il quale l’arcivescovo ha incontrato il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I.
La prima è «Gesù: il Concilio di Nicea» del 325 d.C., di cui i pellegrini hanno visitato i luoghi storici, «ha dovuto trovare le parole per dire la verità del Figlio di Dio. Non possiamo prescindere da Lui». Solo una volta trovato il punto focale possiamo dire la parola «insieme», cioè la comunione ecclesiale.
Si continua con «incontro: questa terra è luogo di incontro, ponte tra Europa e Asia, tra culture e religioni. La differenza però non è soltanto una difficoltà, ma anzitutto una missione», quella di ricostruire l’unità originaria del genere umano sotto il Signore Gesù, l’anti-Babele.
Guardando al numero dei cristiani turchi, viene in mente la parola «irrilevanza: il numero dei cristiani è ridottissimo, tollerati dalla società, ma di fatto messi al margine. In Occidente non è questione di numero, eppure spesso si assiste alla medesima rilevanza», dato che questa generazione di cattolici si sta rivelando particolarmente restia a trasmettere e mettere in pratica i principi della dottrina sociale della Chiesa, come più volte denunciato dallo stesso mons. Delpini.
Sono riflessioni che sviluppa anche Davide Prosperi, a capo della Fraternità di Comunione e Liberazione, intervistato in occasione del ventennale della morte del servo di Dio mons. Luigi Giussani (22 febbraio 2005). Egli evidenzia che «tanti giovani, ascoltando Giussani, hanno preso coscienza di sé e hanno scoperto Cristo come risposta» alle domande dell’uomo. Come detto dall’arcivescovo, bisogna ridare a questa evidenza la giusta centralità nella predicazione cattolica e nell’agire sociale. Infatti, continua Prosperi, di don Giussani si è scritto che era «un “prete in talare”, che non si è mai vergognato di appartenere alla Chiesa e di proporre Cristo a chiunque incontrava, dai giovani del liceo Berchet fino ai monaci buddhisti che lo avevano invitato in Giappone. Anche noi oggi siamo chiamati a essere consapevoli che solo nell’abbraccio della Chiesa possiamo fare esperienza personale dell’amore e della pace che Gesù ha introdotto. E noi di Cl condividiamo con tutti i nostri fratelli cristiani la responsabilità di questa testimonianza nel mondo».
Parlando proprio al “popolo ciellino” il 12 febbraio, nell’annuale Messa in Duomo, mons. Delpini aveva domandato nell’omelia: «Ma voi, amici miei, non vi accorgete dei quattromila che camminano nel deserto? Non provate compassione per la loro fame, per l’asprezza del cammino, per la lontananza da casa? Ma voi non vi lasciate interpellare da questo assedio della miseria» materiale e, soprattutto, spirituale?
Troppe volte «i discepoli rispondono: “Noi dobbiamo pensare a noi stessi. Noi abbiamo preso il pane per noi”», oppure, addirittura, che «“Questi quattromila non meritano la tua compassione, Signore. E neppure la nostra. Sono gente inaffidabile: oggi entusiasti e domani indifferenti, oggi pronti a seguirti nel deserto e domani pronti a condannarti a morte”». Invece «noi siamo qui radunati per celebrare questa rivelazione: il poco che siamo (il poco che abbiamo, i pochi che ci stanno, ecc.) messo a disposizione di Gesù basta per i quattromila» descritti nel Vangelo e per chiunque altro ci chieda la ragione della Speranza che è in noi.
Lunedì, 24 febbraio 2025






