Il Giubileo serve a ricordarci qual è la via maestra per l’autentica realizzazione dell’uomo
di Michele Brambilla
Il 25 febbraio mons. Mario Delpini partecipa ad Immischiati, un talk show organizzato da Gigi De Palo al Teatro Oscar di Milano. Molti gli ospiti di rilievo, dal cestista “Dunk” Bruno Cerella alla sociologa Chiara Giaccardi, dal fondatore della catena PizzAut Nico Acampora a don Alberto Ravagnani, sacerdote ambrosiano particolarmente noto sui social. Presenzia anche il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Giorgio Vittadini.
De Palo, in apertura, esprime un concetto fondamentale, ovvero che «spesso pensiamo che le istituzioni debbano essere al centro di tutto. In realtà al centro per prima c’è la persona umana. Poi vengono la famiglia, la società civile e solo dopo le istituzioni che dovrebbero creare le premesse perché queste realtà possano esprimersi senza impedimenti. E purtroppo questo spesso non accade». L’arcivescovo concorda e, parafrasando il Piccolo Principe, la sussidiarietà è paragonabile ad un’orchestra in cui «ciascuno suona il suo strumento» in armonia. Il direttore d’orchestra non è lo Stato onnipotente della modernità ideologica, ma Colui che ha distribuito i talenti perché gli uomini li facciano fruttificare.
Milano ha urgente bisogno di riscoprire la dottrina sociale della Chiesa come fondamento di un mondo ordinato. Essa, però, non è un prontuario di buone idee separabile dal suo fondamento teologico: il primo bisogno dell’uomo contemporaneo, della Milano del XXI secolo, è proprio ritrovare Cristo. Così il 26 febbraio mons. Delpini legge nella basilica di S. Ambrogio un’omelia nella quale mette a tema: «Quale Giubileo per la città di Milano?». Vale a dire: perché riproporre il Giubileo, con il suo appello all’amore del Padre, le indulgenze tradizionali, nel contesto contemporaneo? «La parola “peccatore”, nella lingua corrente, suona oggi come astrusa e rara. Il Giubileo ha a che fare con il peccato, ma chi si riconosce peccatore? A chi interessa il rapporto con Dio?», chiede l’arcivescovo in maniera molto diretta.
Il nostro mondo non è, in realtà, indifferente alla religione: le domande profonde dell’uomo rimangono tutte sul tavolo e dalla folla indistinta delle masse postmoderne continua ad alzarsi qualcuno che dice: «“A me interessa il rapporto con Dio”. Il peccato non è solo una trasgressione, non è solo una debolezza, una cattiva abitudine. È il pentimento per i pensieri, le azioni, le omissioni che ci rendono estranei a Gesù e desiderosi di ritrovarlo, di avvicinarsi a Lui, di sentirsi ancora dire: tu sei mio amico, io vi ho chiamato amici». La risposta al vuoto della cultura e alla disperazione è un Dio che insiste a sedersi accanto all’uomo. Ecco perché «celebrare il Giubileo vuol dire concentrarsi su Gesù» ed ecco perché l’arcidiocesi decide di aprire un monastero di clausura a Quarto Oggiaro, il quartiere ancora oggi più citato nella cronaca nera cittadina. Il monastero è delle Benedettine Adoratrici del SS. Sacramento e avrà come elemento portante l’adorazione eucaristica continuata. Le monache prendono in consegna una vecchia scuola paritaria, costretta a chiudere, come troppe in questo periodo. In un contesto in cui sembra incalzata, la Chiesa, quindi, “rilancia”, e lo fa ripartendo dal principio e fondamento.
Mons. Delpini, in questi giorni, è intervistato anche sulla salute del Papa, sottolineando due aspetti. «La prima cosa è l’affetto per il Papa che si esprime per me con il pensiero, con l’ascolto quasi ossessivo delle notizie, come per tanta gente che prega, che vuole lasciare una parola per lui con l’affetto»; la seconda è che una preghiera autentica «non chiede cose, invoca lo Spirito Santo perché il Papa possa vivere questo momento, questa sofferenza, questo isolamento, in modo che anche attraverso il dolore possa insegnare alla Chiesa e possa esercitare il suo affetto per noi».
Lunedì, 3 marzo 2025






