L’amore piccolo, dice l’arcivescovo, è l’amore per il proprio quieto vivere, quando dovremmo invece ardere dal desiderio di portare Cristo a chi cerca l’autentica felicità
di Michele Brambilla
Come sostenuto da mons. Mario Delpini nell’omelia per la Messa con l’imposizione delle ceneri (9 marzo), ci sono diversi modi di essere infelici nel mondo di oggi. C’è chi si crogiola nella sua depressione, chi cerca capri espiatori e chi si rassegna, «ma da qualche parte ci sono anche quelli che non sopportano più di essere infelici e si mettono in cammino per esplorare il mondo e cercare il paese della gioia o almeno il mercato dove si può comprare un po’ di gioia. È come una traversata nel deserto», se non si trova una guida verso il Bene.
La Quaresima ogni anno ci ricorda che «la promessa di Dio di renderci felici si compie a Pasqua», con la vittoria del Figlio donato e resuscitato, ma noi, laici e sacerdoti cattolici, cosa facciamo perché i nostri contemporanei dispersi incontrino davvero il loro Salvatore? Nella realtà dei fatti, molto spesso i cattolici appaiono remissivi, stentano a far sentire una voce originale nel panorama culturale, fino a pensare essi stessi che la grazia del Signore sia diventata meno efficace, o che Dio parteggi per i nostri avversari. Nei primi secoli non era molto diverso. Infatti, «se Paolo pone la domanda “se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?”, è perché c’erano dei discepoli che si domandavano: “Ma Dio da che parte sta?”», ricorda mons. Delpini ai sacerdoti ambrosiani nell’omelia della celebrazione penitenziale per il clero (11 marzo).
«L’esame di coscienza comincia», allora, «con la domanda sulla fede, sulla fiducia»: nutrire la speranza, a cui è dedicato il Giubileo del 2025, significa avere fiducia nella realizzazione del piano di Dio. «In effetti la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada rivelano una pervasività così incontrollata, un’imponenza così opprimente che inducono a sospettare che siamo separati dall’amore di Cristo oppure che l’amore di Cristo e la potenza del Dio che ci ha scelto non siano sufficienti per far fronte» al peccato personale e sociale.
Nell’anima dell’apostolo scoraggiato si apre, quindi, il varco per l’accidia e anche la preghiera perde sapore, diventa «sbrigativa o ridotta ad adempimento» esteriore, perché si comincia a pensare che, in fin dei conti, sia solo una bella parentesi. La conversazione tra cattolici inizia, quindi, ad ammettere la «chiacchiera superficiale, i giudizi espressi a slogan, l’abolizione dell’esame di coscienza, la navigazione su internet indisciplinata ad inseguire l’ultima notizia o a curiosare nella volgarità, lo sguardo che guarda tutto e tutti e non vede niente oltre l’apparenza».
In questo modo l’anima si abitua ad un tipo di “amore” molto meschino, che l’arcivescovo chiama “amore piccolo”. «L’amore piccolo è l’amore tiepido, né caldo né freddo; è quel modo di amare Dio che può anche fare a meno di Dio; è quel modo di amare Gesù che si custodisce non più come un fuoco che arde, ma piuttosto come la fotografia del fuoco che ardeva in altri tempi. L’amore piccolo è quel modo di stare alla presenza del Signore, in chiesa o fuori chiesa, come persone di passaggio» che cercano dei “buoni sentimenti”, ma la loro vita va avanti seguendo ben altri parametri.
Mons. Delpini propone, allora, un esercizio che si può iniziare fin da subito: porre al centro della propria riflessione quaresimale il Vangelo della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-53), nel quale Gesù si scontra direttamente con molti degli interrogativi dell’uomo, anticipando, come risposta, quello che accadrà ad Egli stesso di lì a pochi giorni. Non a caso, è la pagina evangelica assegnata invariabilmente alla V domenica di Quaresima, quest’anno il 6 aprile. I sacerdoti sono allora “sfidati” dall’arcivescovo a trasformare l’omelia di quella domenica in un messaggio da recapitare porta a porta a tutti i parrocchiani e a ripetere l’esperimento il Venerdì Santo.
Lunedì, 17 marzo 2025






